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Tra mimesi e nemesi. L’inganno, di Diego Zilio

Nel nuovo romanzo di Diego Zilio, la parabola di un anti eroe contemporaneo, tra il discorso degli altri e la narrazione di sé.



Incipit, parve puer, risu cognoscere matrem

Virgilio, Egloga IV, v. 60


Il nuovo romanzo di Diego Zilio, L’inganno, uscito a fine 2021 per Castelvecchi editore ha come sottotitolo L’instabile equilibrio delle cose. È un aspetto curioso, che parrebbe più appropriato per un libro di saggistica che per uno di narrativa; pure, la scelta ha un senso preciso e vuole illuminare le due anime del libro: la parte drammatica e quella enunciativa; il contenuto e la forma; il cosa e il come.

Giorgio Tumiati, il protagonista, si trova dall’oggi al domani senza lavoro, vittima tra le tante della crisi che investe l’azienda per cui lavora. L’evento, improvviso e per certi aspetti devastante, lo lascia privo di forza reattiva finanche della capacità di confessarlo alla moglie, facendogli preferire fingere che tutto continui come prima: stessi orari, stessa apparente routine, stessi dialoghi di civile conversazione. Soltanto che invece di andare al lavoro, Giorgio frequenta saltuariamente le riunioni di un gruppo denominato Work extension, pensato proprio per i manager rimasti disoccupati e in piena difficoltà di ricollocamento; e più spesso gira in auto o si abbandona ai tavolini di bar periferici e anonimi, dove sconta le ore sulle pagine di romanzi che prima non aveva mai avuto tempo di affrontare. In ultima, prende a spiare la moglie, scoprendo che gli è infedele e intrattiene una relazione clandestina col proprio migliore amico.


I colloqui che Giorgio riesce a strappare a fronte di decine di email spedite, si risolvono in niente di concreto. Sono questi gli eventi che comportano la rottura di quell’equilibrio cui il sottotitolo fa riferimento e che mostrano quanto fragile sia la consistenza del sé di Giorgio e, tramite la sua storia, di tutti noi esseri umani reduci da un Novecento mal digerito e disagiati abitanti di un secolo transitorio e carico di tensioni.


Cosa rimane, se i puntelli che ci sorreggono si incrinano o, peggio, marciscono o, ancora, vengono travolti da un’imprevista buriana? Cosa rimane di noi e cosa rimane a noi da fare? Reagire, certo, ma con quali abilità se l’intera narrazione della nostra esistenza ha parlato una lingua di poche parole, ha cullato un ristrettissimo insieme di abilità (ufficio acquisti per un’industria di guanti, nel caso specifico) e ha lasciato che seccassero tutte le passioni di un tempo come inutili, irrilevanti, non profittevoli? Da qui parte l’altra via principale del romanzo, significata dal titolo. Se io non è, c’è l’altro. Un altro che prende dal famoso cassetto il sogno lì rinchiuso e lo rimodella, ne fa non già e non più un proprium, ma l’effetto di una proiezione identificatoria: Giorgio manda una raccolta di racconti scritta in gioventù a un piccolo editore firmandosi col nome dello scrittore celebre Niccolò Ammaniti.

La devoluzione esistenziale di Giorgio è dunque fissata da due tappe principali: non più sé (senza lavoro, senza moglie, senza presente e futuro), si fa prima copia di sé (la finzione che tutto continui come prima mentre la realtà è quella di una vita nascosta – quasi come il Wakefield di Hawthorne – e da guardone della moglie-non moglie; infine si fa copia di un altro, ne assume ciò che ci identifica per antonomasia, il nome proprio, e lo usa come merce di scambio per ottenere una

pubblicazione e, soprattutto, la conferma che il mondo editoriale è viziato e che lo stesso prodotto vivrà esiti diversi a seconda di chi è a farsene (fingersi) autore e promotore.


Ma non basta: di questa storia Diego Zilio ci dà una seconda versione, apparentemente minore, ma all’effetto più straniante, frutto di un rispecchiamento deformante, come nelle stanze piene di specchi dei Luna Park. È quella del figlio di Giorgio e Silvia, Michele, che, in ossequio al più primitivo dei nostri istinti di primati evoluti, assorbe ed imita ciò che vede fare e sente dire dai grandi. E spia, nascosto sotto al letto, ciò che fanno i genitori per poi riprodurlo altrove; e si finge un altro, per vendicarsi di una delusione d’amore tanto dolorosa quanto assoluta era la illusione alimentava il sentimento.


Ma se nel caso del ragazzino la situazione può non preoccupare, nel senso che il suo fingersi altri e il suo assomigliare al padre rientra in uno specifico e lecito percorso evolutivo che troverà naturale assestamento, lo stesso non si può dire di Giorgio, che sembra aver perso ogni possibile istanza identificatoria che l’età adulta dovrebbe garantire e, anzi, pretendere.

Anche il tentativo di fare come Michele fa con lui, e rivolgersi al proprio padre fallisce, visto che l’unica azione che compie replicandone la natura, un giro sulla vecchia moto ricevuta in eredità, gli causa un incidente e la frattura di una gamba.


Di nuovo, dunque: cosa resta? È una storia nota: se noi siamo ciò che gli altri ci dicono che siamo, se noi ci riduciamo ai nomi usati da chi ci sta attorno per chiamarci, nel momento in cui questo ecosistema vocativo tace o evapora, il vuoto in cui precipitiamo è formidabile nel suo silenzio.


È in questa latitanza del Sé che arriva l’assolutamente altro, e lo fa, come da tradizione, sotto forma di chiamata. Non può che essere l’Autore a farsi sentire, a prendersi la responsabilità di ridefinire i contorni del significato di Giorgio; non più manager, non più marito, forse mai padre, di sicuro non copia del proprio genitore. Ammaniti stesso chiama per rassicurare Giorgio sul fatto che il suo inganno non avrà ripercussioni, che nessuno vorrà soddisfazione per l’oltraggio compiuto; la giustizia non sta nella vendetta, ma altrove. L’atto di Giorgio ha un che di poetico, di estetico, che i legali dell’Autore non sanno, non possono vedere, ma che allo scrittore appare lampante e vale come non luogo a procedere, a patto che Giorgio si affranchi dai soli nomi e prenda possesso delle parole, sappia e voglia davvero raccontare ciò che ha da dire; a patto che sia capace di ridefinirsi partendo dall’acquisizione dell’amara verità: non c’è differenza nella fragilità delle cose, se l’equilibrio è tra fingersi ed essere finti.

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