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© FrancescaZanette

 

Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata. Restano, “senza chiasso”, solo alcuni attimi, adiacenti al presente ma distaccati da esso: il passaggio tra le case, il quieto del sole, il quadrato materno, gli angoli del granaio, febbraio che non tiene segreti, il fondo del bosco, la costanza e l’amicizia, l’aspettarsi. Sono scene stupende. Anche supponendo che in realtà non siano
legate quasi a nulla, sono conservate in bell’ordine come splendide foto nella mia memoria, sta scritto, in esergo al libro, da Murakami Haruki. Trentin li chiama attigui quegli attimi splendidi e Gli attimi attigui si intitola la sua raccolta.

Dalla nota Introduttiva di Adelelmo Ruggieri

G

li attimi attigui

ATTESE, VII.
 
Tu accennavi al cuore

io sentivo un infinitissimo rumore

oltre il muro di casa

oltre i nostri trascorsi campi

dove lame scontavano a crepe

la terra, ora secca, ora profonda,

nei pressi di dio.

MOVIMENTO - I
 
Così per noi avanti nessuna riva, ma uno scapicollo di bambini che pur distanti nel piano che non arriva ci fa vicini.

[…]           Complessità prospettica e organicità tematica vengono elaborate già nelle citazioni incipitali, che suggeriscono all’attento lettore, attraverso una elegante mise en abîme, il viatico per la corretta interpretazione dell’intera silloge. La materia, strutturalmente eterogenea e frammentaria, viene disposta in uno spazio ritmico unitario, simmetrico e armonioso, e indirizzata verso una riflessione poetico-filosofica che accoglie intuizioni, presagi e illuminazioni in una modulata tessitura di consonanze e analogie. Il passato, sia nell’accezione della modernità (Parise) che in quella della classicità (Sant’Agostino) comporta una meditazione, un ragionamento sul proprio dire, sul discorso che, nel farsi narrazione del sé, deve verificare tutta la sua validità ed efficacia. Se la questione spinosa è quella della utilità della parola poetica (“A che serve il dire?”), sarebbe ancora più grave il non dire, una negligenza straziante, perché irreparabile. La disposizione ritmica, nella sua folgorante e sonora brevitas, diviene quindi lo strumento che rende possibile l’impossibile, aprendosi a un tempo articolato dove il pensiero si propone quasi come confessione (seguendo l’esempio agostiniano), e il linguaggio si fa espressione, comunicazione di un percorso nel quale il ricordo della perdita, l’afflizione e il tormento portano a una rigenerazione. Il movimento, apparentemente lineare, e il concatenarsi dei vari piani dell’esperienza generano allora una seppur minima, personale verità. […]
 
Dalla Prefazione di Simona Wrigh

V

uoti  d'ossa

MOVIMENTO - XI
 
Mentre approdo in queste isole

capisco il bene quasi per caso.

La gioia ha nel fondo

la natura delle bricole

che davanti al naso

danno senso al mondo.

© FrancescaZanette

TRAMONTO

 

L’inverno ti odia,

per il tuo cuore annerito.

Non c’è alcuna ragione,

credi, per la comune nostra

elisione. Non la mia

ansia di sfollamento,

non la tua, su di me

cattivazione.

 

Ai cardini hai appeso

i libri più convincenti.

 

Tra il buio dei denti

c’è chi, isolato,

cerca di dirimere

i propri brogli dialettali.

In questa isola di Pasqua

dista molto più di un niente

la felicità.

"Nell’insieme, energia e dolcezza, voluttà e disagio, rimproveri e sofismi, sembrano essere le caratteristiche della sua poesia ad una prima lettura. Perché, subito dopo, ad una lettura più approfondita, si scopre altro. Si avverte, intanto, che le opposizioni diventano intesa; l’amore, anche se non (o proprio perché non) felice, cambia in conoscenza, quindi acquista forza e verità dentro il gioco esplosivo delle acrobazie della parola che incanta, allora, senza smagare. Poi, sotto la sorveglianza di un ragionare profondo, ma secco come un guscio di noce, di una dialettica colta ma stringata e scarna, i sentimenti emergono anarchicamente intensi, a volte duri con tocchi di violenza: “Io ho appeso le parole ad attendere / e ora la bruma vela i tuoi occhi / e l’esecrante odore distrugge / i pochi sassi che abbiamo scalciato”. Oppure: “Rimasi lì, come pietra raccontata / e incisa dal pianto. Ora che posso / ricordare, solo a fatica so il nome / per il quale ti chiesero scusa. / Induriscono viso, arti, addome / e cuore e l’ultima voce è: Medusa”"
 
Dalla Prefazione di
Franca Bacchiega:

L

a voce dei padri

PREGHIERA DEI PADRI

Vieni ora che abbiamo già lasciato

a macerare le nostre virtù.

A macerare come nelle vasche la sera

stanno i nudi resti delle azioni.

Certamente ci saranno uomini vivi

migliori di noi, padri e figli, attesi

in coni d’ombra tagliati e crudi.

Avranno le loro preghiere e gli inni

che qualcuno ha pensato e detto.

E le pause di pensiero avranno,

onesto e senza ombra di peccato.

Ma le stagioni scivolano a scosse

e le parole che spendiamo rendono

noi meno forti e quasi senza peso.

Si annuncia anche a bassa voce

l’azione redentrice della follia.

ESODO

 

A quante finestre ti sei affacciata

dal nostro primo venirci addosso?

Rimasi lì, come pietra raccontata

e incisa dal pianto. Ora che posso

 

ricordare, solo a fatica so il nome

per il quale loro ti chiesero scusa.

Induriscono viso, arti, addome

e cuore e l’ultima voce è: Medusa

 

Quella dico e piango, come se fossi

lingua capace di salvare ogni cosa,

anche i volti dal tuo volto rimossi.

 

Cado. E l’ultima immagine festosa

sono gli amanti che contano i passi

mentre morta ti conducono sposa.

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