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Otto lunghissime esposizioni. Otto uomini, di Richard Wright

Recensione di Otto uomini, prima traduzione integrale italiana della raccolta di racconti di Richard Wright, pubblicata in America nel 1961, un anno dopo la morte dell'autore. Traduzione di Emanuele Giammarco.


Racconti Edizioni, casa editrice che da qualche hanno sta muovendosi con bravura e passione nel nostro panorama editoriale proponendo una preziosa selezione di autori di racconti (short stories) – dai grandissimi ai grandi fino a qualche indovinato esordiente – ha chiuso il 2020 con la prima traduzione completa in italiano di questa raccolta a firma di Richard Wright, maestro della narrativa americana della prima metà del Novecento (1908 – 1960, i confini temporali del suo passaggio terreno), famoso in Italia soprattutto per il suo best-seller autobiografico Ragazzo negro (Or. Black boy, 1945) pubblicato da Einaudi nel 1947 con traduzione di Bruno Fonzi e di poi ristampato innumeri volte.



Sono, come suggerisce il titolo, otto le storie contenute in questo libro, che raccoglie racconti scritti in un arco di tempo abbastanza lungo: dal 1937 al 1959, un anno prima della morte dello scrittore e due anni prima della pubblicazione postuma in America. Sono testi che variano per stile, per qualità, per lunghezza, per scrittura e architettura, tutti comunque centrati sulla figura del personaggio principale, un uomo di colore che si trova in qualche modo intrappolato tra le maglie di una rete sociale intessuta e stesa dai bianchi.


La bellezza di questi racconti – l’ultimo dei quali è autobiografico – sta, tra i molti motivi, nell’assenza di qualsiasi manicheismo nella questione razziale, che pure è il nucleo tematico delle storie; piuttosto c’è una riflessione – amarissima, quasi rassegnata, e tuttavia lucida e precisa – dei meccanismi che si innescano e che contribuiscono a perpetuare lo status quo anche oltre la fine della schiavitù (che in alcuni momenti viene richiamata esplicitamente).


Con il tempo cominciai a forgiare nei recessi della mia mente un meccanismo che reprimesse tutti i sogni e i desideri che le strade di Chicago, i giornali, i film evocavano in me. Stavo passando attraverso una seconda infanzia; nasceva dentro di me un nuovo senso dei limiti del possibile. Che cosa potevo sognare che avesse una minima possibilità di diventare realtà? Non mi veniva in mente niente. E con il tempo era esattamente questo su senso di assenza che presi a soffermarmi col pensiero, su questo costante volere senza ottenere niente, quest’essere odiato senza ragione. Una vaga nozione di cosa significasse essere un Negro in America cominciava a palesarsi alla mia coscienza, non in termini di eventi esterni, di linciaggi, di jimcrowismo, di infinite brutalità, ma in termini di sentimenti incrociati, di tensione emotiva. Percepivo che la vita del Negro non era altro che una distesa di sofferenza inconscia, e che solo in pochi conoscevano il senso della loro vita ed erano in grado di raccontare la loro storia.

Questo brano, che è tratto dall’ultimo racconto, l’autobiografico L’uomo che andò a Chicago, inserisce nello scorrere della narrazione numerose riflessioni simili, che si intrecciano agli eventi reali, agli episodi vissuti, traendone linfa e illuminandoli al contempo con la logica chiarificatrice del pensiero.

Quello che qui viene pensato negli altri racconti viene mostrato, agito, detto. Sullo sfondo, come dicevo in apertura, una rete sociale, civile, culturale, stabilita dai bianchi, che attraverso la detenzione del potere impongono i significati delle cose, delle parole, dei gesti.


Sentiva come se la ricerca di una felicità irraggiungibile li avesse convinti tutti di aver commesso un peccato orrendo, che non erano in grado di ricordare o comprendere. […] Provare quel senso di colpa era come tentare di rintracciare nei propri sentimenti un disegno sfocato e descritto molto tempo prima; era come se ci si sforzasse sempre di ricordare un gigantesco trauma, capace di lasciare sul proprio corpo un’impressione indelebile, che non era possibile dimenticare o scrollarsi di dosso, ma che era stata comunque dimenticata dall’io cosciente, producendo nella propria vita uno stato di infinita angoscia.

È un brano tratto dalla lunga e bellissima novella L’uomo che visse sottoterra, in cui il protagonista – che rimane innominato se non per termini generici: uomo di razza nera, ragazzo, e che ha lui stesso dimenticato il proprio nome – fugge dalla polizia che lo ha ingiustamente accusato di omicidio, estorcendogli una confessione scritta. Braccato, decide di rifugiarsi nei cunicoli delle fognature cittadine, dove presto trova una piccola caverna in cui crearsi un rifugio. Dal sottosuolo, dopo essersi familiarizzato con un ambiente che è speculare a quello esterno, e in cui incontra acqua tumultuosa e fetida, un ratto enorme, un bambino morto e incagliato, capisce che la posizione in cui si trova può avere dei vantaggi, complice un muro cedevole che gli permette di fare un primo foro e infilarsi nel seminterrato di un edificio, da cui inizia una lunga opera di perlustrazione di vari altri locali (una carbonaia, la cella frigorifera di una macelleria, il caveau di una gioielleria etc.); da queste incursioni, mentre cresce sottotraccia un sentimento di alienazione, si appropria di alcuni oggetti che trova, di cibo, di denaro e gioielli che ruba da una cassaforte, portandoseli nella sua nuova tana e scoprendo così una nuova e inversa forma di potere: non quella bianca, che gode della luce del sole, ma una diversa, garantita dal nascondimento:


Non erano tanto i soldi che lo allettavano, ma il fatto di potersene impossessare impunemente.

È tuttavia un potere di breve durata, perché il nostro sperimenta presto e sulla propria anima, come un novello Robinson Crusoe, la teoria del valore di scambio e del valore d’uso. Gli oggetti – e così le frasi che li accompagnano e così le abitudini che da essi derivano – slegati dal contesto in cui normalmente sono inseriti, perdono di senso, si fanno bizzarri. È così che le banconote diventano una sorta di carta da parati che vale solo per il colore, gli anelli sono ciondoli da appendere a dei chiodi, gli orologi da tasca sono pendoli da guardare dondolare e così via. Un lungo e amaro episodio di straniamento giocato sapientemente sul crinale che separa la troppo spesso facilmente archiviata questione della colpa.


È questo un tema che davvero si propone come lungo filo rosso della raccolta, declinato in modi e con tenori diversi di cui è impossibile dar conto per intero, ma che vale richiamare succintamente per come appare in due racconti. In Un nero grosso e buono, il deuteragonista Olaf Jenson, un ex marinaio che ha girato il mondo e che ora si è ritirato e gestisce per conto terzi una pensione vicino al porto di Copenhagen, si vede arrivare una notte in cerca di una camera un uomo nero e gigantesco, alto due metri, possente, statuario, dallo sguardo indecidibile; a Olaf basta questa conformazione e questo colore a fargli archiviare il cliente sotto la voce “criminale”, lasciandolo per tutti e sei i giorni di permanenza di quello in uno stato di assoluta prostrazione mal condita da immagini di vendetta e violenza. In Dio non è così, invece, e senza voler anticipare alcunché della trama, conta mettere in evidenza lo sviluppo dell’intreccio che porta, in un lungo dipanarsi di luoghi comuni e pregiudizi etnici, mescolati alla riflessione su come possano attecchire in altre culture i nostri modelli culturali, a un paradossale stravolgimento di quei pregiudizi, nella caparbia volontà di far prevalere al di là anche delle evidenze, il più grande dei miti americani: il proprio assoluto sapere.


E così ci riportiamo all’ultimo racconto della raccolta, e alla chirurgica disamina di Wright:


E se adesso nei miei ricordi torno a quelle ragazze e alle loro vite, sento dentro di me che, per comprendere la portata del problema dei Negri, all’America bianca servirebbe un’America più forte di qualunque sua versione conosciuta fin qui. Sento che il suo passato è troppo corto, il suo carattere nazionale troppo superficiale e ottimistico, la sua tempra morale troppo pervasa di odio per il colore perché possa risolvere un compito così ampio e complesso.

Richard Wright, Otto uomini,

Racconti edizioni, pp. 288

2020, € 18,00

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