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La memoria e i suoi trenta denari. La bambina dagli occhi d’oliva, di Davide Grittani

Aggiornamento: ott 7


Dal 2002 si è diffuso, soprattutto nei social, ma anche nei quotidiani online, ma anche tra le persone quando si incontrano, una sorta di esperimento, di gioco (che in quanto vero è serio e rispettoso): quando ritorna l’11 settembre ci si chiede dove fossimo e cosa stessimo facendo in quella data nel 2001, mentre due aerei di linea si schiantavano contro le torri del World Trade Center a New York e altri due precipitavano contro la sede del Pentagono e in Pennsylvania.


Ciascuno di noi, abbastanza grande per rendersi conto di quanto stesse succedendo e perché quelle immagini di immane tragedia si cristallizzassero nella mente, ricorda. Nell’epoca della diffusione di massa (che si fa via via sempre più spettacolarizzazione) degli eventi (soprattutto drammatici) in video, ciascuno di noi può esserne spettatore, anche a distanza. È tutto pubblico, pubblicato, pubblicizzabile e condivisibile, con l’accortezza di dare a questo ultimo termine il senso più concreto di portare a conoscenza, di far vedere, qualcosa a qualcuno, non già quello più intimo di spartire, di partecipare un sentimento. In fondo niente, se non nel miracolo, si può davvero condividere.


Ciò che conta, per tornare a monte, è che l’11 settembre del 2001 segna una data cruciale nella memoria collettiva perché possiamo rispondere senza ambasce a questo quesito altrimenti insolubile: dove eravamo? Centinaia di milioni di persone hanno preso coscienza del momento, il tempo ha preso peso, si è solidificato, si è fatto come pietra miliare lungo la strada della temporalità esistenziale di ognuno.


Le cose non vanno sempre così, anzi. L’eccezionalità dell’evento, la sua grandiosità, giustificano la capacità di segnare le coscienze. La vita normalmente corre su binari differenti e gran parte dei fatti accadono e presto trascolorano fino a essere relegati in un tempo indistinto, al più suddivisibile in passato remoto e passato prossimo. Da questi se ne staccano alcuni, i fatti importanti della vita di ognuno, che ricordiamo perché ne siamo stati protagonisti (vittime o artefici) e ai quali ritorniamo nel dialogo inesausto con noi stessi, oppure rammemorando con altri, scoprendo magari che ciascuno ne serba un ricordo diverso, personale, che mette in luce altre sfumature, altri dettagli.



Nel suo ultimo romanzo – La bambina dagli occhi d’oliva, Arkadia 2021 – Davide Grittani si interroga su qualcosa che riguarda il tema appena introdotto; non è semplicemente un discorso sulla memoria (che pure c’è, come vedremo), ma anche una riflessione sul luogo in cui siamo, e su quanto questo luogo e la prospettiva che esso comporta ci permette di essere capaci di vedere con chiarezza ciò che sta succedendo. Al fondo, l’idea che le case siano una irrisolvibile successione di angoli bui, malefiche oasi di incoscienza che hanno in sé, anfibologicamente, anche la capacità di mantenere unite le famiglie che le abitano. Le case di questo romanzo sono due appartamenti dello stesso palazzo, in una zona un tempo abitata dalla borghesia romana, descritta senza indulgenza:


L’aristocrazia non sa riconoscere il buio. Una pigrizia antica, che viene da lontano e si accentua man mano che sale il rango nobiliare. Chi può permetterselo si vaccina dai guai e, se ne dovesse contrarre uno, si proclama immune. Anche i miei hanno attinto a questo vangelo fin quando hanno potuto, finché la salute glielo ha permesso. Poi hanno ridotto uscite e frequentazioni, respinto inviti e giochi di società, così il frumento che una volta era in abbondanza è diventato ostia, strumento d’espiazione.

Una casa è abitata da Sandro Tanzi, la voce narrante, un uomo che ha depositato la madre Ada, malata di Alzheimer, in un ospizio perché non sa e non vuole prendersene cura come invece sa fare l’infermiere indiano Farouk, e che vive gestendo una sala slot e scommesse, acquistata coi soldi lasciatigli in eredità dal padre. L’altra casa è quella dove torna, dopo anni, Angela, che la abitò da bambina coi nonni e che vuole ristrutturarla per ritornarci a vivere. Insieme scopriranno, sotto la carta da parati di una stanza, un disegno fatto da mani bambine, sproporzionato e sbagliato nella prospettiva; a tutta prima sembra non suscitare alcun ricordo ai due, come le molte cose che ci passano attorno e che ritroviamo in vecchi bauli e che pur interrogate rimangono mute e anzi paiono assumere un’aria di sfida e chiederci quanto a fondo siamo davvero intenzionati ad andare per farle parlare.



Il romanzo è il racconto di questa sfida, del desiderio di conoscere, di acclarare una verità che riguarda Sandro principalmente perché gli permetterà di ricalibrare tutte le coordinate di una vita rimasta in potenza, sospesa, insensata; una ricerca accidentata, a tratti pericolosa, che impone a Sandro di non cedere più alla sua consueta ignavia ma di fare il salto nel buio che ogni scommessa richiede, anche quando si tratta di puntare sul bene che Angela, vero e proprio senhal, sembra portare in dono. Per poterlo fare dovrà in qualche modo mettersi nei panni dell’autrice de disegno, e cioè assumere un punto di vista eccentrico, sbagliare prospettiva, annullare il punto di fuga, cedere alle sproporzioni, perché ciò che alla fine si dovrà vedere è enorme, immane, mostruoso.


Si tratta principalmente di una lotta contro il tempo, da intendersi come la necessità di re-integrare passato, presente e futuro in modo che tornino a dialogare tra loro. Come la borghesia sopra descritta, anche i fatti dell’infanzia di Sandro sembrano non esistere più, dispersi in un passato sempre più diafano, mentre il presente è il tempo dei disperati, di chi insegue il sogno di azzeccare il pronostico e vincere, indovinando una minima necessaria porzione di un futuro che pare sempre meno quell’orizzonte di senso ancora da realizzare e sempre più il palcoscenico in cui l’identico si ripete.


Torniamo allora in chiusura alla immagine da cui siamo partiti. Alla domanda su dove fossimo quando accadevano certe cose, raramente si può rispondere; in alcuni casi, tuttavia, la dimenticanza è una necessità, è la mano che ci diamo per sopravvivere, per andare avanti, confidando che quel passato che, secondo la tradizione mitologica, nemmeno dio può modificare, non torni a chiederci il conto, magari sotto le sembianze di un disegno di bambina. La sala slot che Sandro ha comprato coi soldi sporchi del padre si chiama Winner, ed è l’unica sala non controllata dal racket mafioso, una sorta di luogo eccentrico e spurio, un simbolo di quelle epifanie improvvise che esperiamo e che sfuggono al vaglio e alla censura del nostro Io. Davide Grittani, con questo suo bel romanzo, ci lascia da affrontare un’ultima grande questione: nel gioco della memoria, chi vince? Chi ricorda o chi dimentica?

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