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L'invenzione di Candida Mara. Recensione a La Cantadora, di Vanni Lai



La Cantadora è il romanzo di esordio di Vanni Lai che giunge alla pubblicazione per Minimum Fax dopo essere stato per due volte finalista al premio Calvino.

Il libro si muove tra indagine (testimoniale, storica, archivistica…) e biografia romanzata, quella di Candida Mara donna sulfurea, fascinosa, ammaliante, chiamata Cantadora, perché unica donna a partecipare alle esibizioni di canto con la chitarra, della quale si occupa il fedele accompagnatore Remundicu. Nessuno è come lei e la sua voce incanta, anche più dello sguardo, anche più dell’odore, anche più delle movenze.


Eppure bella non era, con quel neo, pensava Lanzu. O forse sì. Le sue gambe ispiravano sesso allo stesso modo di certe ballerine che si vedevano in libretti proibiti che lui aveva visto una volta. Oppure gambe di città, la domenica, quando passavano le signore della buona società.

Non sono molte le notizie che lo scrittore amante dei western, alter-ego dell’autore, riesce a trovare di questa donna della quale è imparentato alla lontana, e alla cui ricerca si mette per terminare un lavoro iniziato e abortito dalla madre. Laddove non riesce l’indagine, soccorre l’immaginazione. Dove la Storia si fa lacuna, come da tradizione, subentra l’arte narrativa di tessere e creare orditi, riuscendo quindi nella vera arte dell’invenzione narrativa, che è insieme ritrovamento e creazione.


Per capire il romanzo, una buona chiave di lettura è quella fornita dal sogno. Come nell’attività onirica, anche nel testo di Lai si intrecciano brani di realtà e altri di composizione fantastica, così che l’intelaiatura finale sembra reggersi su un equilibrio di entrata e uscita dalla storia.

Così si spiega la costruzione del romanzo: in principio c’è una sezione che dà il resoconto della ricerca operata dallo scrittore, che lo porta in archivi, comuni, ospedali, o in case di possibili testimoni visitate di persona o raggiunte telefonicamente. A questa segue, metanarrativamente, quel romanzo (che si intitola, naturalmente, La cantadora) che lo scrittore compone realizzando una sorta di missione affidatagli dalla madre anni prima, come se fossimo in una delle fiabe analizzate da Propp. Segue quindi una nuova sezione (Dispedida) che ha per protagonisti lo scrittore e la madre, e nella quale vengono alla luce gli ultimi preziosi dettagli della ricerca, ormai però non utilizzabili perché il romanzo è già stato scritto; e infine c’è un epilogo che arriva inaspettato a rompere l’equilibrio creatosi grazie alle due sezioni che incorniciavano il romanzo; anche l’epilogo, infatti, racconta qualcosa della cantadora, di quella però immaginata dallo scrittore, è nuovamente un brano di narrativa, di finzione. È come se davvero fosse interminabile il gioco tra ciò che si trova e ciò che il ritrovato genera e alimenta fantasticamente.


Che fosse una rappresentazione divina? L’opera di qualcuno che si divertiva a giocare con quel tipo di faccende, qualcuno che attendeva un pubblico terreno per bearsi di ciò che aveva creato, qualcosa di simile a un palcoscenico che sapeva di polvere e di alcol, dove esseri di cartapesta e sagome indefinite si mischiavano come verità e menzogne. Nient’altro che un luogo di spettacolo fuori dal tempo stesso, in cui nessuno era in grado di distinguere cosa fosse reale e cosa lo fosse stato in altre vite, cosa tornava alla vita dentro i sogni altrui.

Questa figura di donna, figura potentissima, mitologica, arcana e stupenda, da un’iniziale condizione di pura voce (non sua, voce in quanto contenuto del si dice, personaggio al limite del leggendario, concrezione fantasmatica), viene piano piano incarnandosi durante la ricerca in un modo così prepotente da farsi personaggio della narrazione e da voler, fattasi tale, essere sempre più, sempre meglio definita.


Detto a margine, uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio la sua composizione, in

cui gli elementi testuali appena visti si sommano ad altri paratestuali, come l’appendice, che raccoglie le scarne testimonianze sulla cantadora e alcune canzoni del tempo in italiano o in lingua sarda, e la nota dell’autore (reale).

Nell’ormai decennale percorso di ‘ritorno al reale’ che interessa la nostra letteratura dagli anni Novanta, e che deriverebbe da cause molteplici come una e propria sofferenza dell’immaginario o una reazione alla riduzione dei testi a fatti puramente stilistici e linguistici, il romanzo di Lai si colloca in una posizione personale e abbastanza originale.



Data la scarsità di fonti oggettive attingibili, data una certa omertà in chi ancora potrebbe ricordare e dire, data infine la necessità soggettiva di recuperare una biografia significativa per l’autore, l’immaginazione narrativa, cioè la fiction, viene dichiaratamente in aiuto per costruire una storia che ha, nel reale, alla fine niente più che puntelli, riconducibili a fatti talmente lontani e sbiaditi, da non essere mai d’intralcio a una lettura che si voglia evasiva.


E la lettura è piacevole, va pur detto, al di là di qualche momento in cui lo stile e lo sguardo scelti mostrano un cedimento. L’impressione è che ci sia stato un grosso lavoro di riscrittura a partire da un testo ben più corposo e più classico, evidente anche nella scelta di non aprire e chiudere il discorso diretto con le virgolette. Ne risulta un ritmo generalmente veloce, frutto di una costruzione prevalentemente paratattica, e raggiunto grazie a rapidi cambi di inquadratura e a battute serrate; un passo che nel romanzo nel romanzo viene scandito da capitoli brevi che giocano con le anacronie e non eccedono mai in descrizioni, che anzi dove sono rimangono vaghe, come a voler mantenere la dimensione sospesa propria di certe rêverie e come a voler concedere molto alla capacità del lettore di essere membro attivo della costruzione narrativa.





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