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Il sogno di Asril, di Julian Stryjkowski



L’opera

Pubblicato nel 1973 (trad. it. di Ludmila Ryba e Alberto Zoina, Sellerio 1984) Il sogno di Asril è un romanzo breve dello scrittore polacco Julian Stryjkowski, tra i massimi narratori del suo paese, e felice esempio di letteratura mitteleuropea.


Il protagonista, il ricco ebreo Asril, ritorna vedovo da ormai cinque mesi nel suo villaggio natale dopo molto tempo, guidato da un’apparizione onirica avuta qualche notte prima in cui Pinches, il padre defunto e per anni scriba, gli intima di andare, porgendogli un foglio sul quale però Asril non riesce a vedere le parole scritte.


Stryj, Wałowa Street (rinominata Potockiego Street nel 1908) (Polonia)
Stryj, Wałowa Street (rinominata Potockiego Street nel 1908) (Polonia)

Siamo in una zona non nominata della Galizia (forse il paese di Stryj, dove l’autore è nato nel 1905 e da cui ha tratto il suo nom de plume). Sceso alla stazione ferroviaria, accetta un passaggio da un vetturino, che si rivela essere un amico di infanzia, Luzer, il cui padre era stato intimo di quello di Asril. Rifiutata l’offerta di alloggio da parte del vecchio compagno, Asril si fa lasciare all’albergo, che però è pieno, così come gli altri posti in paese, perché l’indomani lo zaddik di Rajsza avrebbe fatto un discorso sulla tomba del Martire del Signore. Dopo un incontro con uno strano venditore, Asril prende a girare per le strade una volta familiari.


Le finestre sul cortile si spegnevano, una dopo l’altra. Avanzò a caso. Tra le case basse, come tra i vicoli di una città straniera, sembrava impossibile orientarsi. Bisognava tornare sulla via principale, costeggiata dalle macchie dei frutteti. Girò su se stesso, non riconosceva più i luoghi.

Ormai perduto e sconfortato, si imbatte nuovamente in Luzer che lo porta a casa, confermandogli l’offerta di un posto per dormire. Dentro Asril trova il padre di Luzer, Mendel, vecchissimo, quasi cieco, poco presente a se stesso; cerca, invano, di fargli le domande sul padre, di avere qualche indizio per decifrare il sogno. Il vecchio non è di alcun aiuto, ma è l’artefice del secondo grande movimento del romanzo; a mezzanotte, puntuale tanto che i vicini regolano l’orologio su di lui, Mendel si sveglia e, aiutato dalla nipote Lybe, si veste ed esce per raggiungere a passi lentissimi la sinagoga, perso nelle sue fantasie, nei suoi deliri. Asril lo accompagna assieme a un altro strano personaggio, un certo Ojvedie, entrato d’improvviso in casa poco prima che il vecchio si svegliasse. È un personaggio che vive in una zona grigia tra chi sa destreggiarsi in ogni situazione e il ciarlatano, mezzo sensale e mezzo imbonitore.

È un’erranza quasi onirica quella che il piccolo gruppetto compie nella notte per le strade del villaggio, alternando incontri bizzarri a discussioni scentrate, come stazioni che puntellano un viaggio disperato che si protrae fino a giorno pieno. È il momento cruciale: i mercanti chiudono i banchi in segno di lutto e si aggregano al corteo funebre dello zaddik di Rajsza, morto nottetempo, che coinvolge tutta la comunità; Asril (Asri-el, Dio mi aiuterà) abbandona la cerimonia e cerca la tomba dei genitori; lì, sul marmo, si consuma la sua catarsi.


Ho dimenticato le parole. Cosa dicono?... Da vent’anni non vengo qui, e la memoria dei vivi è il balsamo dei morti. Reb Pinches lo scriba. La voce era risucchiata dal vuoto. Il figlio tuo Asriel… Non c’è padre, non c’è figlio. La catena è spezzata.

Il finale, di risveglio e dolente riflessione, cala un’ombra di disincanto sulla sorte mortale degli uomini.


I temi


Quello del ritorno al paese d’origine dopo un lungo periodo di assenza è un tema classico della narrativa e Stryjkowski vi aderisce appieno, individuando come cifra tematica principale la frizione tra l’iniziale straniamento e il progressivo lavoro di riappaesamento. Per Asril, che intende fermarsi un unico giorno, il motivo del viaggio è duplice: teorico (decifrare il messaggio del sogno) e insieme pratico (trovare un marito alla figlia maggiore che lo aspetta a casa e una nuova moglie per sé); è come se nel luogo da cui (pro)veniamo si possa trovare ciò che si cerca, sia nell’ordine del simbolico (la Parola, le parole, attorno a cui ruotano molte scene del romanzo) che in quello delle attività umane, forse perché è lì che si trovano le relazioni solide che abbiamo costruito e che hanno costruito i nostri amati.


Il linguaggio umano è al centro di questa novella che può anche essere letta come riproposizione a vari livelli della leggenda dell’ebreo errante. Con la parola si nomina e si prega, si canta e si raccontano storie, si creano relazioni e si fanno affari, si contratta e ci si perde nel gioco del dialogo; con la parola si media per trovare la sposa o lo sposo, si tenta di allungare la vita al moribondo, si ricordano i defunti, si alzano lodi e si definisce cosa è sacro da cosa non lo è.


Di parole è scritta la Torah, l’insegnamento, la sapienza. E tutto il resto. Quando Mosè, nostro maestro, spezzò sul monte Sinai le Sante Tavole, dopo che vide il popolo sprofondare nel peccato del Vitello d’Oro, non si preoccupò di incensare i canti dell’altare, né di sgozzare vitelli e agnelli per allontanare l’ira dalle narici divine, bensì rivolse la parola al Signore, e questo bastò per ottenere il perdono per il suo popolo. Perché Dio ha dato il linguaggio all’uomo e non alle bestie. Dio fa affidamento sulla parola dell’uomo.

Ma chi conosce il vero nome e sa bene pronunciarlo, può infondere una seconda anima all’uomo. […] Dio seppe creare, ma non seppe nominare. Così portò da Adamo gli animali dei campi e gli uccelli del cielo e disse: nomina tutti loro. […] Finché un essere non ha nome, gli manca l’anima.

Come Ulisse che, ritornato a Itaca, di fronte al caos che impera nella sua isola avverte il proprio cuore latrare (Odissea, XX), Asril sembra scontare linguisticamente oltre che emotivamente l’impasse del ritorno: il male non è tanto nelle cose ma dentro ciascuno di noi e la sua irrimediabilità sta in parte nella sua indicibilità. Lo strumento di grande potenza che abbiamo in quanto uomini è anche la radice della nostra rovina.


Mentre tu, già, vuoi trascinarmi al giudizio di Dio. Dal rabbino? E che bisogno hai del rabbino? Te lo faccio io, il giudizio, senza rabbino. La carne era treyf. Non lo sapevi? Facevi finta di non saperlo. Perché tu sei un peccatore, e i tuoi peccati stanno in fondo alle tue viscere, anche se hai sempre Dio sulle labbra.

Lo stile


In questo romanzo, Stryjkowski si affida a una prosa incisiva, serrata, lontana da ogni retorica: le descrizioni e le sequenze narrative procedono per periodi brevi, se non brevissimi, tra loro coordinati; ma molto è affidato ai dialoghi, costruiti per battute rapide non scevre da una certa dose di ironia. La sensazione è quella di essere avvolti e travolti dai discorsi dei vari interlocutori, ciascuno impegnato a prevalere sull’altro per intelligenza o conoscenza, o intenzionato a svicolare e non farsi intrappolare nella rete verbale intessuta dall’altro. Perché che sia quella di una preghiera o quella di un commercio mondano, che sia quella che dà il nome alle cose o quella che chiede in sposa una donna, la parola «è miracolo e vale più del sacrificio».



L’autore


Julian Stryjkowski (nato Pesach Stark; April 27, 1905 – August 8, 1996) fu ebreo galiziano come Bruno Schulz e Joseph Roth e si inserisce nel medesimo solco culturale e anche narrativo; rispetto ai due compatrioti, il suo sguardo si distingue per una posizione morale più netta, che si riscontra nel modo in cui i suoi personaggi sono delineati e agiscono. Il taglio, inoltre, è più inasprito, disilluso, quasi inacidito. Fu scrittore, drammaturgo, traduttore.

 

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