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E sopra un frammento di cielo. Tutti dormono nella valle, di Ginevra Lamberti

Recensione a Tutti dormono nella valle, l'ultimo romanzo della scrittrice Ginevra Lamberti, pubblicato da Marsilio.





Nell'andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni.

[Sal 125, 6]


Ma che cosa ricordi? Qualche altra casa, qualche altra persona? Descrivimi l'immagine di qualsiasi cosa che si sia impressa nella tua memoria. [W. Shakespeare, La tempesta, I, II, Trad. di Gabriele Baldini]


Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa, delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary, di ciò che Abe Lincoln disse una volta a Springfield. [Edgar Lee Masters, La collina, Trad. di Fernanda Pivano]



I libri contengono le risposte a tutte le interrogazioni che verranno loro poste. I buoni libri si riconoscono perché, da qualche parte, chiamano il lettore a certe domande decisive: può essere una frase messa in piena luce, o un dettaglio in mezz'ombra o qualcosa di vaghissimo, quasi invisibile, sepolto tra le mille e più cose come in uno di quei salotti, in uno di quei solai, cantati da Gozzano.

In Tutti dormono nella valle, terzo romanzo di Ginevra Lamberti appena uscito per Marsilio, una di queste chiavi di lettura decisive suona così: il cominciare delle cose non si conosce prima della loro fine, frase la cui ovvietà è, se è, solo di facciata, perché subito dovrebbe spingere ciascuno a chiedersi quando sia la fine delle cose e, di conseguenza, chi decida di questo. È insomma una domanda non solo pertinente, ma essenziale per la letteratura, perché richiama quella necessità intima di ogni narratore, che vede nella storia che si mette a raccontare il suo contributo al senso delle cose, del mondo, il suo poter chiudere una serie caotica di fatti entro la ragnatela - metafora abusatissima - del testo.


Un'idea che, fatte le necessarie modifiche, attraversa la mente di ciascuno di noi quando percepiamo di essere - forse vittime involontarie di un dozzinale hegelismo - il punto finale dello svolgimento di quella storia famigliare che ci precede e alla quale ci volgiamo: per riassumerla, per compierla, per consumarla.


È così che i protagonisti di questa storia, disseminata nel tempo e nello spazio di una e molte Italia, parlano e raccontano la loro storia; parlano spesso attraverso il narratore, la cui fatica è la più consueta e umanissima istanza narrativa; e parlano, altre volte, direttamente al narratore, come in una sorta di intervista, di quelle che tanto piacciono nei programmi pomeridiani quando ad ogni criminale, latitante, teppistello, tocca il suo ioloconoscevobene di rito, la sua esaltazione postuma, il suo breve zoppicante peana.

E questo narratore raccoglie e riporta dati fatti vite, li affastella e li accosta, li illumina e li esaurisce, tutto per provare a spiegarsi il grande mistero che questo romanzo sottende e da cui questo romanzo prende forza: come e quando si diventa grandi?

Per Costanza, centro nevralgico della storia, si può crescere soltanto con dedizione e allenamento, mentre da una riflessione estemporanea e meravigliata di Flavio, fratello acquisito di Claudio, impariamo che crescere è un da fare troppo grande per soffermarsi più di un poco; così allora il rischio è che molto, quasi tutto, passi, trascolori, venga dimenticato; per questo è benedetta quella famiglia in cui qualcuno ricorda, e che se non ricorda indaghi e alla fine scriva.

Il romanzo è, da questo punto di vista, una sorta di ricostruzione ex-post in cui l'obiettivo finale non è - potrebbe mai davvero esserlo? - una storia compiuta le cui parti siano chiaramente collegate, ma una successione disordinata di eventi, fatti, scampoli di esistenze che si sono intrecciate, accompagnate, perse e ritrovate. Si ha l'impressione di poggiare l'occhio sull'oculare di un kinetoscopio, girare la manovella e guardare per poche decine di secondi un breve filmato alla volta: la fuga, il bacio, la nascita, la morte e così via. Come corollario, la scrittura di Ginevra punta sempre a disinnescare la quota drammatica degli eventi, soprattutto quelli - e sono molti - luttuosi, sposando un understatement funzionale a un'atmosfera generale che se non può essere quella di una prosa scientifica, non si vuole certo vittima della retorica di tanta narrativa "famigliare". Ma non è un lessico, quello che Ginevra Lamberti cerca e ricostruisce nel suo romanzo; piuttosto una cantata profana in cui massimo protagonista è il corpo, la sua inemendabile tirannia, il suo assoluto governo sul tempo dell'esistenza, il suo inevitabile destino di ospite ostracizzato da una certa comunità che in questo romanzo rimane sempre sullo sfondo, decennio dopo decennio, spazio dopo spazio, luogo dopo luogo.


A dispetto di ciò che comunemente si pensa, lei sa che le decisioni non sono quasi mai tali e il corpo è quasi sempre mezzo passo avanti rispetto alla coscienza.

Tempo, spazio e luoghi sono necessari comprimari dei protagonisti, sovente protagonisti essi stessi, tanta forza hanno i primi di essere snodi epocali di più generazioni, gli altri di fornire le coordinate entro le quali i corpi vivono e si (dis)perdono, di continuo, quasi fosse un'inesaurible lotta per la sopravvivenza bruta, anche priva di consolazione, ma che non può volere sempre e solo se stessa. Ad un certo punto si allude alle storie antichissime che chiamiamo fiabe (Cappuccetto rosso, probabilmente), e in un certo senso questo romanzo, tra i suoi fari intrichi, assume nella vicenda di Costanza i tratti di una fiaba contemporanea, e il bosco è tutto il mondo, e le nonne si moltiplicano, e il lupo è ogni incontro e lo senti rantolare ovunque, ha gli occhi vuoti della dipendenza, le mani rapide del potere, il sorriso sghembo di chi per non saper mantenere tutto promette. Il titolo echeggia Edgar Lee Masters e la sua Antologia di Spoon River; di più, la raccolta sembra aver fornito a Ginevra Lamberti una traccia e uno spunto per chiudere certi conti rimasti in sospeso, ritornando alla Gaia del primo romanzo pubblicato da Nottetempo nel 2015 e rivedendo, da altra prospettiva, il tema della morte così bene affrontato nel secondo romanzo, uscito per Marsilio nel 2019. E con Herbert Marshall sembra giusto chiudere, così come viene citato dall'amica di Costanza, Livia, a suggello di quello che per noi questo romanzo inscena:


Avrei voluto scriverti che da quando sono incinta ho fatto delle promesse, almeno due. Ho promesso che mai mi metterò un fazzoletto sulla testa, e che mai metterò alla finestra per vedere se qualcuno sta arrivando. Non posso invece scriverti né questo né altro, perché da te è arrivato solo un pezzo di carta strappato, con su scritto: "sono contenta che sei cambiata in tempo." Allora ho aperto il libro che abbiamo amato tanto insieme, e il libro mi ha risposto che i nostri cuori rispondono a stelle che non vogliono saperne di noi.
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