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Recensione a Romanzo senza umani, di Paolo Di Paolo

Aggiornamento: 5 apr



Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande

scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono

ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna;

e appunto questa è la risposta[1].

Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, 6.52


Nutrita di nostalgia per tempi che non sono mai esistiti, si diffonde

la ricerca del «mito»: parola che dovrebbe indicare forme antiche

immutabili, ma spesso si riferisce a un prodotto commerciale recente.

Luigi Zoja, Psiche

 

All’inizio del Novecento Vitangelo Moscarda scopre, ed è un’epifania tanto inaspettata

quanto dolente, che le persone che gli stanno attorno hanno una propria idea su di lui. E comprende che queste idee, molte, moltissime, possono essere, e quasi sempre sono, differenti dall’immagine che lui ha di sé e che era uso a considerare ovunque e sempre come valida, incontestabile, vera.

Più di un secolo dopo Mauro, il protagonista di Romanzo senza umani, ultimo libro di

Paolo Di Paolo, uscito per Feltrinelli e candidato al Premio Strega 2024, con un moto intuitivo altrettanto estemporaneo si trova a chiedersi quanto e cosa di ciò che siamo stati nel tempo per gli altri rimane nella loro memoria ed è capace di generare un qualche ricordo che si salvi dall’annichilente lavorio del tempo. Il dubbio, a bene guardare, è duplice: da un lato, egli si chiede se sia stato in grado o meno di lasciare traccia di sé nell’altro, come se le nostre azioni e parole e cure fossero un timbro che lascia il segno nel corpo e nell’anima di chi di volta in volta incontriamo, accompagniamo, amiamo, odiamo; un’idea antica di memoria, che già Platone nel Teeteto descrive come una massa di cera 

 

dono della madre delle Muse, Mnemosine, e… in essa… imprimiamo ciò che vogliamo ricordare di quello che vediamo o udiamo, o pensiamo nella nostra mente, sottoponendola alle nostre sensazioni ed ai nostri pensieri, come se vi imprimessimo impronte di sigilli. E ciò che venga improntato, lo ricordiamo e ne abbiamo scienza, finché la sua immagine permane; ciò che, invece, venga cancellato, o non sia in grado di rimanervi improntato, lo dimentichiamo e non ne abbiamo scienza[2].

 

Dall’altro, Mauro si chiede se questa traccia sia stata impressa con sufficiente forza, sia

insomma tanto profonda e chiara da poter sopravvivere all’inesausta bulimia di Kronos che tutto vorrebbe ingoiare.

Moscarda, a quella nuova conoscenza, oppose una ricerca nel qui e ora che puntava alla

contabilizzazione del proprio sé moltiplicato; Mauro, invece, reagisce al nuovo e ineludibile bisogno con un movimento nello spazio, un viaggio, deciso all’impronta, e che dovrebbe consentirgli di tirare le fila non soltanto del dubbio, ma più in generale della sua esistenza.

 

Oppure, dovrei cercare di aprire un canale di confidenza. E confessarmi, come talvolta si fa con gli sconosciuti: ho chiuso in valigia la biancheria, qualche libro, e sono partito. Come se prendessi alla lettera quella frase un po’ sciocca che sfugge di bocca anche ai più intelligenti, ha presente? Mollare tutto e partire. Una cosa così. Un’urgenza fredda. Una crisi di panico calma. Ho acquistato un biglietto ferroviario Venezia Mestre-Monaco di Baviera. Ho pensato: arrivo lì, resto qualche giorno, vedo che succede, torno indietro.

 

A rendere più interessante questo primo movimento, di per sé narrativamente semplice,

ce n’è un secondo, che pertiene alla professione di storico di Mauro, e che costituisce una seconda traccia del romanzo. È un movimento verso il passato, che porta il lettore nel cuore della Piccola era glaciale, e segnatamente nella seconda metà del 1500, quando il Lago di Costanza ghiacciò a più riprese.


Non dovrebbe stupire che il luogo d’arrivo del movimento fisico di ricerca e auto-analisi e

quello d’arrivo del movimento intellettuale di studio coincidano, dando al lago di Costanza, nel suo essere specchio d’acqua, tutto il valore simbolico del caso.

Una inevitabile conseguenza del doppio viaggio sarà la presa di coscienza che, se è vero

che qualcosa abbiamo lasciato (ma cosa? Come? Quanto?), è altrettanto vero che lo stesso hanno fatto gli altri in noi, su di noi, e che questo insieme di residui, di detriti relazionali, non può non agire come forma di disturbo e spostamento rispetto a quella idea originaria che muove al tentativo di fare ordine.

La Storia, cioè l’interesse che si è fatto professione per Mauro, è la metafora che serve a

meglio intendere la domanda narrativa del romanzo, che ruota attorno allo statuto – e alla possibilità stessa – di un personale archivio di ciò che la vita, passando, ha lasciato; e alla capacità che questo archivio avrebbe di dire qualcosa di noi.


Ecco forse perché il romanzo è senza umani: perché in gioco non ci sono che

raffigurazioni: distorte, umbratili, sovraesposte; di chi è stato e non è più o è diversamente. Tutti compresi. In un episodio che ha tratti grotteschi e comici, e che si dipana su due piani temporali, Mauro è al telefono di notte con una giovane che lo ha, poco tempo prima, centrato con la sua auto passando col rosso; e dice una delle verità che gli appartengono e che gettano luce sui movimenti fin qui ricordati:

 

“Mi stai facendo scoppiare la testa, cazzo. Smettila!”
“Devo ricordarti chi ha chiamato?”
“Volevo provare a metterci una pietra sopra.”
“Chiamandomi brutto pezzo di merda all’inizio della telefonata? La pietra sopra si mette quando è ristabilita e condivisa una memoria certa.”

 

Una simile memoria è appunto il frutto di una trattativa, svolta più da noi con noi stessi e da noi con chi ci sta vicino, che non con una verità delle cose sempre sfuggevole, viscida, umbratile.

La sensazione è che quanto accade serva a Mauro anche per smitizzare certe immagini troppo cariche che vorrebbero trovare, nei viaggi e dai viaggi, risposte epocali, o energie per cambiamenti rivoluzionari; a Mauro non capita niente di travolgente e niente impara che in fondo non sapesse già; semmai, da storico, cioè da studioso convinto che si possa vaticinare solo il passato, trova occasione di rendersi nuovamente conto sia dell’ingombro ineluttabile del momento presente, sia della natura dinamica e malleabile di ciò che è stato, un mosaico narrativo le cui tessere vengono costantemente rivisitate ed editate dal nostro pensiero rammemorante.

 

Vedi qual è il punto? Il passato non esiste, e se esiste si moltiplica, si polverizza in una miriade di versioni, nessuna esattamente collimante.

 

Fare davvero pace con questo significa, da un lato, accettare che le persone a noi vicine

non ci vedono come noi vorremmo essere visti, né ci ricordano come noi vorremmo essere ricordati (in entrambi i casi, nel miglior modo possibile); e dall’altro, superare la fascinazione per le vite potenziali, per tutto quello che, pur potendo essere, non è stato. È rispetto a questo ultimo punto che, per trattare le res gestae, la historia rerum gestarum trova modo di incontrarsi con la creazione fantastica.

Se il rimpianto di ciò che non è accaduto rischia di farsi avvilente e fatale  “nostalgia del

niente”, il poterne fare racconto è forse la pratica più igienica e felice che si possa trovare, l’unica strada, giusto il magistero di Nietzsche, per non farsi schiacciare dal passato, dall’insopportabile dominio del “c’era”.

 

 

INTERVISTA a Paolo Di Paolo


1) Inizio questa breve intervista dallo stesso punto da cui inizi tu, cioè dal titolo. Perché sembra, in qualche misura, contraddittorio. Nella definizione di romanzo comunemente diffusa e accettata, c’è l’idea che esso abbia a che fare con qualcosa che succede a qualcuno, i cosiddetti personaggi. Se dunque non ci sono umani, di cosa realmente parli?


Ho provato a sfidare me stesso, fallendo. Mi sono chiesto se si potesse davvero scrivere un romanzo privo di umani, di umano. Per certi versi si potrebbe dire sì: si può mettere in scena una comunità di animali, o un paesaggio post-apocalittico… O dare massimo rilievo, come fa Richard Powers, al mondo vegetale (“Il sussurro del mondo”). Tuttavia, anche se per pagine e pagine procedi senza convocare l’umano o riferirti a esso, sei necessariamente (è quasi tautologico) richiamato da te stesso, dalla tua natura umana. Ovvio, certo. E tuttavia è una questione filosoficamente ed emotivamente impegnativa. Penso all’ultimo libro di Calvino, “Palomar”, al suo insistere sulla forma che ha il mondo senza di noi; su cosa sia il mondo senza il nostro sguardo. Per concludere, direi che è un titolo provocatorio il cui assunto mi incarico di smentire pagina dopo pagina.


2) Ho trovato affascinante la scelta di avere come protagonista uno storico, e cioè qualcuno che sulla base di quello che ritrova del passato, crea un racconto del periodo oggetto di studio. Un racconto che è sempre sottoposto a revisione. C’è una frase molto bella che pronuncia Mauro:

“Mi creda, l’unica cosa che uno storico possa predire è il passato.”

Ecco, credo che il romanzo puntualizzi che noi stessi, che storici non siamo, agiamo così per quanto ci riguarda: ogni volta che ricordiamo un evento, prediciamo le cose che ci sono accadute. È così? 


Proprio così. Le prediciamo, le rimodelliamo nel racconto. Non siamo custodi fedeli dei nostri ricordi. Siamo storici fallibili e non oggettivi di noi stessi. D’altra parte, quel tardo Cinquecento ghiacciato che il mio personaggio prova a ricostruire non è tanto diverso da ogni - chiamiamolo così - Cinquecento interiore. Epoche della nostra vita che ripercorriamo come quel Barbi cammina lungolago. Mettendoci di fronte a un paesaggio “purgatoriale” che non è mai definito una volta per tutte.


3) Il romanzo è in definitiva una interrogazione su memoria e ricordo, l’una condivisa, l’altro personale, e sulla loro relazione. È quindi un romanzo sull’identità. Credo sia una questione esistenziale che ciascuno di noi, prima o poi, affronta, con maggiore o minore consapevolezza. Ma è sempre stato. Credi che il continuo progresso tecnologico, e l’affermarsi di sempre nuovi e capienti e portatili strumenti di immagazzinamento di dati, cambierà il nostro rapporto col nostro passato e quindi con noi stessi? E cioè, per stare al romanzo, se Mauro avesse avuto un disco esterno contenente il suo passato, sarebbe cambiata la sua ansia di conferme?


È vero, c’è una coincidenza o una sovrapposizione forte fra identità e memoria. Forse sono quasi la stessa cosa. Non so quanto un archivio digitale - tutti ormai ne abbiamo uno, e debordante - cambi nella profondità il rapporto con la memoria. “Risparmiare spazio ottimizzando l’archivio” dice a Barbi il suo computer. Ecco: anche se hai migliaia di foto nella galleria dello smartphone, questo non offre sicurezze, appigli certi. Hai archiviato istanti, voci (dunque l’infanzia di chi è nato in questo secolo avrà più reperti sonori e visivi) ma non per questo la tua effettiva capacità di ricordo è più forte.


4) C’è una sorta di sottotrama nel romanzo che riguarda l’apparizione di Mauro in un programma televisivo dove deve parlare del cambiamento climatico alla luce dei suoi studi sulla Piccola Era Glaciale. È insieme comica e amara, e si mostra a mio avviso come una efficace metafora del processo contemporaneo di impoverimento lessicale e, di conseguenza, contenutistico dei pensieri. Tutto si deve fare più veloce e più facile, meno complesso, meno profondo. In questo modo, non rischiano anche il passato e il futuro di appiattirsi per l’incapacità presente di raccontarlo o anticiparlo?


Nelle pieghe del romanzo ho cercato di inserire una riflessione sulla trasmissione del sapere, su quanto sia complesso e impredicibile l’esito di un magistero. C’è l’ex alunno di Barbi che non si ricorda di lui; c’è Barbi che durante una conferenza rivolta a una platea studentesca non fa granché per trattenere la loro attenzione… C’è appunto la trasmissione televisiva… Mi chiedo spesso, e con una certa angoscia, che cosa resta del sapere che accumuliamo in una vita. Qualche volta penso anche semplicemente ai libri letti, a quel cumulo spaventoso: dove non c’è stata condivisione, le cose hanno davvero un valore in sé? Detto ciò, la cosiddetta “divulgazione” (parola che non amo) oggi trova vie anche ingegnose, che raccolgono pubblici vasti. In televisione non è semplice, e tanto meno nei cosiddetti talk show. Quando in un talk show vedo un vecchio professore con giacca improbabile sforzarsi di difendere la complessità di un sapere a cui si è votato, sento un moto di invincibile ammirazione e tenerezza.


5) Chiudo con una domanda personale e generale: io ti ho conosciuto come scrittore con Ogni viaggio è un romanzo, quindi con un testo più vicino alla saggistica che alla narrativa; è lì era evidente un aspetto che poi ho trovato riconfermato altrove, ad esempio in Mandami tanta vita; o in quest’ultimo. Parlo della presenza forte del tema del viaggio. Quindi: che cos’è per te viaggiare e che posto occupa nella tua vita di narratore e non solo?


È così. Fin dalle prime cose che ho scritto, la dimensione del viaggio è stata presente e centrale. Viaggio come movimento, cambiamento, esplorazione dell’ignoto. Scrivere di viaggio e di viaggi che ho fatto, inserire viaggi nelle storie che racconto: non potrei farne a meno. E ti dirò che nel caso di Romanzo senza umani sono venuto a capo della struttura quando ho capito che avrei dato al libro la forma del viaggio del protagonista intorno al lago di Costanza. Mi piace il trionfo delle sensazioni che un viaggio determina: dettagli, cambi di luce, odori, sapori; il contatto con gli sconosciuti. L’idea della vita potenziale che il viaggio fa esplodere: chi sarei se vivessi qui? Una delle esperienze più importanti per la mia “formazione” è stata la curatela di Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi, nel 2010. Entrare nella sua officina di narratore-viaggiatore mi ha aiutato a cogliere più a fondo il potere conoscitivo del viaggio. Quanto alla mia vita, viaggio moltissimo, in Italia e fuori, grazie alle occasioni offerte dal lavoro di scrittore. Cerco di farle fruttare il più possibile, anche quando si tratta di toccate e fughe. L’importante è dimenticarsi per un po’ - un’ora, un pomeriggio - di chi si è nella vita “ordinaria”… 

 

 


[1] Trad. di Amedeo G. Conte

[2] Platone, Teeteto, 191 d-e, trad. di Claudio Mazzarelli, Bompiani, Milano, 2000, p. 238


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