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Un invincibile inverno, di Nicoletta Bianconi

Aggiornamento: 19 gen

Recensione al romanzo di Nicoletta Bianconi, Un invincibile inverno, uscito per l'editore Manni nel 2023. In coda, trovate un'intervista che l'autrice mi ha cortesemente concesso.


Foto di Mara Munerati

In Un invincibile inverno Nicoletta Bianconi mette in scena un’apostrofe lunga 39 capitoli, che coprono con varie e variamente lunghe ellissi temporali circa 250 giorni. Di buio.

Bianca, la protagonista, è l’oggetto di questo racconto in seconda persona, colta in quello che potremmo definire un intervallo nell’oscurità della solitudine, appena rischiarata dall’interesse del narratore; un frammento di vita che come appare, dal nulla, così nel nulla termina, dilavato dallo scroscio d’acqua imperterrito di una notte bolognese.

È questa una parte della bellezza del romanzo di Nicoletta Bianconi, il suo capitare ed esistere come per sbaglio, un intrufolarsi improvviso nella devastata vita di Bianca, o anche una parentesi d’eco che insiste a dire, come nella mitologia, le parole di un amore che è ad un tempo mancante e mancato.


Foto di Mara Munerati

Bianca vive il vuoto di una relazione finita e non fa che contare i giorni che si accumulano dacché lei e lui non si vedono più, né si sentono. L’esistenza si è fatta contabilità dei giorni che passano in un diffuso silenzio di significati, non tanto di suoni (le canzoni francesi fanno da costante colonna sonora) o rumori (la pioggia, la gente, i passi, le palle del biliardo) o voci (la vicina, che sa attendere e accogliere come chi ci vuole bene in modo gratuito; le bambine figlie del fratello che portano gioia e vitalità). No, c’è un silenzio ulteriore, il silenzio del senso, in cui riverbera l’assenza, e in cui aggredisce il freddo lasciato dalle mani che più non toccano; questa sommatoria di slittamenti è per Bianca origine e alimento di una malattia d’amore che si nutre dei gesti tipici e ripetitivi dell’ossessione di chi viene abbandonato: il riandare sempiternamente a leggere i vecchi messaggi: le parole d’amore, le parole sciocche, le parole sbagliate; o il cercare nel maremagnum di internet notizie e immagini e lacerti e detriti della nuova esistenza di lui con una nuova lei; o il passeggiare per la città e finire, talvolta, come per gioco o per incanto, sotto casa sua; o il controllo sistematico del cellulare, per vedere se ha scritto/sta scrivendo/è online. E così via.


Chi può dire di non aver mai oltrepassato il confine tra il pensiero e il pensiero fisso?


Un elenco dettagliato, con date, orari, e altri particolari di rilievo ti sarebbe utile, perché adesso tutto ti sembra mescolato e uniforme, e quello che riesci a percepire è solo il negativo di tutto questo miscuglio, come quando da piccola in spiaggia facevi gli stampini, adesso hai in mano solo lo stampino vuoto.

 

In linea con questa immagine, ecco che Bianca prova a opporre a questa deriva qualche stratagemma, ai quali abbiamo vagamente accennato: si aggrappa a una sorta di inventario della realtà - dati, elementi fisici, cose nominabili ed enumerabili come le definizioni, i nomi delle vie, i giorni passati dal punto zero dato dall’ultimo momento passato con lui, ecc. - che facciano da contrafforte al crollo. Ché di questo si tratta. La scomparsa di qualcuno può rendere incomprensibile il mondo e c’è la necessità di ricominciare a definirlo, di riprendere familiarità con le parole, con ciò che da sempre usiamo per appropriarci del reale.

 

Alla fermata ci sono due ragazze, possono avere vent’anni o trenta, stanno parlando, dicono store per dire negozio, ha aperto uno store di abbigliamento in via Farini, dicono store, cinque lettere. Se le parole cambiano hai l’impressione che cambino anche le cose, hai l’impressione che lo store sia un luogo dove tu non ti sapresti muovere, non sapresti chiedere. Hai l’impressione che sia un luogo dove non parlano la tua lingua.

C’è qualcosa di profondo che sfugge alla dimensione linguistica e che tuttavia sa farsi sentire. Lo possiamo definire male, o dolore. È il modo ancestrale col quale affermiamo, pur nel negativo della sofferenza, a noi stessi la nostra presenza, la realtà di quell’io che ha la sensazione di essere sconfinato. È la voce del corpo, voce autentica, categoria del vero.

 

…ecco lui ti fa male dal cuoio capelluto al marciapiede, lui  ti fa male in tutte le articolazioni e mentre cammini ti sembra che le caviglie e le ginocchia non possano sostenerti e che le spalle non possano sopportare la piccola borsa che hai a tracolla con dentro solo le chiavi e dieci, forse dodici euro.

 

Un romanzo breve e misurato, quello di Nicoletta Bianconi, che è un’apertura discreta su una vita che potrebbe essere la nostra, e che ha forse l’unico difetto consistente nell’improvvisa accelerazione che squaderna le origini di un nodo biografico profondo e dolente, di cui la fine dell’amore patita da Bianca non è che una sorta di negativo.


INTERVISTA A NICOLETTA BIANCONI


Nicoletta Bianconi è nata a Bologna nel 1973, vive a Bologna dove lavora in una multinazionale.

Nel 2019 ha pubblicato “Qualcosa di giallo. Vita di un rappresentante di moquette”.









Un invincibile inverno è il tuo secondo romanzo. Puoi dirmi com’è nato e qual era il desiderio narrativo, la domanda, ai quali ha voluto rispondere scrivendolo?


Il mio desiderio era quello di descrivere quel periodo di dolore senza speranza, senza consolazione, quando non si percepisce nessuna possibilità di uscita. 

E’ nato dall’urgenza di trovare le parole quando le parole ti sembra non esistano.


La cosa stilisticamente più evidente e, per me, interessante, è l’uso della seconda persona. Una scelta narrativa netta e inconsueta, che rimanda a pochi narratori (penso a McInerney, Perec, Calvino) e che abbisogna di molto controllo per reggere nel lungo. È stata la tua scelta fin dall’inizio Cosa ti ha spinto in questa direzione?


Avevo la necessità di avere lo sguardo attento, descrittivo, il più possibile non giudicante e distaccato che ha una telecamera e la secondo persona mi è sembrata adatta a questo scopo. Il romanzo che mi ha ispirato dal punto di vista formale è Un uomo che dorme di Perec.


Un aspetto invece legato alla trama che mi ha piacevolmente colpito è l’assenza di qualsiasi aspetto consolatorio; come dico nella recensione, si tratta quasi di un’istantanea, un’illuminazione momentanea in un lungo dispiegarsi di buio e sofferenza. Sei d’accordo?


Sono d’accordo, come ti dicevo prima è un romanzo senza speranza, che vuole descrivere la claustrofobia di un dolore senza via d’uscita. Quando, almeno, non si percepisce nessuna via d’uscita.


Trovo che Un invincibile inverno sia un romanzo sulla solitudine. È più giusto dire che la solitudine è una eventualità, una possibilità esistenziale tra le altre, o che sia la cifra principale dell’uomo contemporaneo, alla quale solo per brevi e fuggevoli istanti siamo sottratti?


Non saprei rispondere. La solitudine della protagonista è la conseguenza di un’ossessione, non è una solitudine sana, frutto di una scelta consapevole e libera. E’ una solitudine malata, è l’impossibilità di stare diversamente nel mondo.


Questa lettura e questa conversazione chiudono il mio 2023. Hai qualche consiglio di lettura da darmi, di libri che hai letto quest’anno e ti sono rimasti particolarmente a cuore?


Ho riletto praticamente tutto Perec, adesso stavo rileggendo Tentativo di esaurimento di un luogo parigino. Mi sorprende e mi affascina il suo continuo sperimentare, la sua contemporaneità. 

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