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Di zie, chierichetti e d'altre ratatuje. Sillabario veneto, di Paolo Malaguti

Aggiornato il: 15 dic 2020




Giunge alla settima ristampa un prezioso volume edito da Santi Quaranta nel 2011 ad opera di Paolo Malaguti, scrittore padovano recentemente uscito per Einaudi con il romanzo Se l’acqua ride. Un libro che non perde di seduzione e che vale la pena tenere vicino, come un salterio laico in cui trovare qualcosa di noi.


Se è vero che nomina sunt consequentia rerum, è altrettanto vero il contrario, le cose dipendono (in qualche misura) dalle parole, soprattutto se queste cose sono i ricordi. L’idea di Paolo Malaguti è tanto semplice, quanto rischiosa. Parlare in Veneto (e in Italia, certo) di Sillabari, è questione mica da poco se fai lo scrittore. Già dopo la prima sillaba di "sillabario" una presenza piuttosto ingombrante prende possesso della stanza, e pare guardarti fissa e un po’ interrogativa, come a dire: beh? Che novità è questa?


Parlo di Goffredo Parise, naturalmente, che a una delle opere più significative del nostro Novecento ha dato appunto quel titolo (opera inizialmente edita in due volumi distinti e successivi, separati da dieci anni, per due editori diversi, e poi riunita). Sarà forse bastato l’apposizione veneto a rassicurare lo scrittore vicentino? Forse. O piuttosto gli sarà valso dare un’occhiata ai capitoli (alle parole) scritti da Paolo Malaguti per smettere qualsiasi animosità e godersi la lettura, vagamente compiaciuto che vi si possa leggere un umile e sentito omaggio.


In fondo, l’operazione di Malaguti è diversa. Innanzitutto per quell’apposizione di cui si diceva, che delimita il campo linguistico al dialetto veneto, anzi, di una zona del Veneto, regione che come è forse noto ha tanti dialetti quanti campanili e non è raro che le differenze tra piazza e piazza siano molto forti; e poi per l’intenzione delle opere: tanto era una sorta di dizionario (incompiuto) delle emozioni umane in forma narrativa quello di Parise, quanto è un album di famiglia in salsa etimologica quello di Malaguti, il quale – e qui torno all’apertura di queste note – seleziona alcuni termini dialettali entrati nella propria mitologia, ne dà una piccola storia linguistica, appoggiandosi a dizionari e storie della lingua, e poi lascia che il suono della parola prenda a evocare immagini, persone, eventi di un’infanzia e di una giovinezza sempre più distanti, veloci come i cambiamenti che stanno interessando quel mondo che il Veneto era e di cui anche le tracce più profonde stanno sbiadendo.


Si va da Amia (Zia, preferibilmente del ramo paterno) a Zagheto (Chierichetto), passando per Filò, termini che si prestano anche a dare le tre dimensioni principali dello spazio narrativo e sociologico della terra veneta; da un lato la famiglia, quella di un tempo, estesa, in cui le funzioni e i posti erano ben definiti, così come i riti, le feste, le ricorrenze, ai quali assieme si partecipava; dall’altro la chiesa, intesa come parrocchia più che come assemblea di fedeli, come cosa arcana e a suo modo impaurente, più che come istituzione; e in mezzo il tempo del racconto, delle storie, della micro comunità che si ritrova per narrare ed essere oggetto di narrazione, ricordando e perpetuando, ammonendo e preservando, educando e imparando.


Sono i ricordi, dunque, a dare sostanza al libro: i propri e quelli ricostruiti grazie ai ricordi dei racconti altrui, perché resta inteso che la memoria, questa umanissima facoltà che rende quelli che siamo, lungi dall’essere un ordinato ed efficiente schedario, è piuttosto una intricata trama di disegni e storie, a volte sopiti, altre lumescenti e pronti a ravvivarsi, come le braci (le bronse potrebbe dire Paolo) nel camino, coperte, che occhieggiano rossastre tra le ceneri.

Se questo è vero, un libro come quello di Paolo ha il pregio di essere oltre che un racconto di sé (dell’autore), anche uno stimolo potentissimo a fare altrettanto, a fare propria e praticare quell’arte quasi divina che l’essere umano possiede, l’imitazione; trattare il libro come una guida sentimentale per autostoppisti dell’anima e lasciarci andare ai nostri ricordi, appoggiandoci forse dalle parole scelte dall’autore, o meglio ancora creando un nostro personale itinerario.


Ci vuole attenzione e buon occhio, perché le voci di allora si stanno facendo sempre più lontane, e tutt'attorno pare che non salga più dai fossi e dalla terra quel caìgo che portava al raccoglimento, al fare i conti con se stessi, ma solo scenda l'uniforme e cruda oscurità che lascia la luce quando si spegne.

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