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La grande collusione. Uno di noi, di Daniele Zito

Uno di noi è l'ultimo libro di Daniele Zito, pubblicato da Miraggi Edizioni nella sua collana Scafiblù, ricca di titoli e autori interessanti (qui avevamo recensito Pontescuro di Luca Ragagnin). Un romanzo in versi, crudo, che si caratterizza per la molteplicità delle voci e per un sapiente dosaggio di crudeltà e risentimento.





Il libro Uno di noi, di Daniele Zito e pubblicato da Miraggi editore alla fine del 2019 è un testo prevalentemente uditivo, intessuto da una molteplicità di voci concorrenti, ma non antagoniste, che dicono e si dicono dialogando – ma più spesso assumono, queste voci, la forma di soliloqui – attorno a un unico tema, un fatto di cronaca, un’azione cruenta la cui tragicità è pari soltanto alla vacua stupidità che la origina. Quale sia questo fatto – da intendersi come azione ponderata e volontaria – riassume gran parte della storia, coagulando quindi il proprium di questo romanzo in versi attorno al discorso: quattro persone, quattro maschi, quattro amici, quattro padri, quattro mariti, decidono di dare alla fiamme una baraccopoli non prevedendo che ci possa essere qualcuno incapace di sottrarsi alla potenza devastatrice del fuoco e che dunque abbia in sorte di soccombere, non subito, lentamente, agonizzando, in ospedale. Una bambina. Una bambina disabile. Una bambina disabile che sarebbe potuta essere la figlia di.



Romanzo in versi, dicevo, costruito in modo da alludere, pur con le dovute cautele, alla tragedia classica: la divisione in cinque macro strutture, la presenza del coro e del suo corifeo, la possibilità di individuare delle scene drammatiche precise e dei personaggi altrettanto definiti. Ma – a differenza di una tragedia, e non è poca cosa anzi, è motivo di massimo interesse del romanzo – in questo dramma non c’è alcun intreccio da sciogliere, essendo come detto sopra l’azione autosufficiente e autoesplicativa, episodio di male assoluto e autentico. La finzione appartiene al discorso, non alla storia: è nelle voci, nelle motivazioni, nello stupore, nella trama di apparenti connessioni causali e temporali e spaziali. Il male che alligna nel discorso è un male fittizio; viceversa, quello della storia è reale, eternamente alluso, ripetitivo. Dice bene Simone Weil:


Nulla più del bene è bello, meraviglioso, perpetuamente nuovo, perpetuamente sorprendente, carico di una dolce e continua ebbrezza. Nulla più del male è desertico, triste, monotono, fastidioso. Tali sono il male e il bene autentici[1].

Spesso al lettore capita di essere scosso da una sorta di scivolamento testuale: è quando viene preso dallo straniamento che una voce diversa genera scostandosi dalla monotonia diffusa:


dobbiamo riprenderci

ciò che è nostro

nostre sono le strade

nostri i confini

nostri i cieli

sopra gli aquiloni


nostro è il suolo

nostri i fiumi

nostre le acque

nostre le nuvole

sopra i covoni


ce l’avrei io, una bella soluzione

facile facile: le ruspe

cari miei, le ruspe!

e dove le ruspe non arrivano

le fiamme, i lapilli, la cenere


Laddove lo straniamento è dato dalle due strofe centrali, che hanno da un lato l’andamento di una allegra filastrocca e dall’altro la carica immaginifica delle figurazioni poetiche, e che sono incorniciate da due altre di tenore normalmente discorsivo, di tono rabbioso, di contenuto popolarmente malvagio. Esempi di questa soluzione che ne sarebbero numerosi, disseminati lungo tutto il testo.


Parallelamente, ciò che vale la pena sottolineare è la disseminazione dei punti di vista, ottenuta da una moltiplicazione difficilmente arginabile delle voci e che origina quel primato uditivo di cui dicevo in apertura. Non è tanto in atto una dissoluzione della possibilità di una verità unica sul fatto; non è in discussione, non importa, non c’entra. È piuttosto in gioco la tensione che si crea in questo indefinibile campo d’azione delle onde sonore generato dai lamenti, dai canti, dai suoni, dalle voci, appunto. È questo accumularsi di rumore a farsi reale protagonista della storia e della realtà contemporanea cui la storia appartiene.


Questa disseminazione è prevalente nel secondo movimento (Secondo fiume) dove si alternano le testimonianze di vari personaggi diversamente coinvolti, ma la si può riscontrare lungo tutto il romanzo che allora è, nel suo svolgimento, un lento dipanarsi dell’assunzione implicita del titolo: uno di noi è sì uno dei quattro, anche protagonista di questo racconto (e quindi: uno di noi quattro), ma è altresì uno di noi tutti, uno qualsiasi, un tale: un uno, un nessuno, un centomila.

Nel generale disimpegno (addirittura tre dei quattro non sono nemmeno chiamati in causa, di loro e di ciò che pensano – se ne pensano – nulla viene detto) il fatto scolora, la sofferenza e il lamento vengono riassorbiti, la vita continua. E se uno dei quattro ha a che fare col proprio pentimento, con il senso di colpa, il bisogno di vedere un po’ di giustizia spetta, programmaticamente, a Un illuso: ma è una comparsa veloce, effimera, anch’essa preda della irrefrenabile voracità del masso di Sisifo che non può non rotolare lungo il piano inclinato della sconfitta trionfante.


il pomeriggio va spegnendosi

senza troppo violenza

un colore alla volta

un respiro dopo l’altro

vorrei andarmene anch’io

ma qualcosa mi obbliga

a restare

che siano gli occhi di quel padre?

o forse i miei

mi capita spesso di notarli

mi fissano dagli specchi

dalle vetrine

non fanno molto altro

si limitano a guardare

bisogna, proprio

passarselo di mano in mano

lo sguardo, e stare attenti

che non cada

che non vada in pezzi


Perché al fondo della questione, laddove la parola è chiacchiera, il suono è rumore, l’Io diventa si, anche la tragedia si fa impossibile, nulla la catarsi, e la maschera si dissocia definitivamente dalla persona.


Allora davvero nessun dio, nemmeno ex machina, ci può salvare.


Daniele Zito, Uno di noi

Miraggi edizioni, Collana Scafiblù

2019, € 13,00

[1] Simone Weil, Morale e letteratura, in La persona e il sacro, Trad. di Maria Concetta Sala, Adelphi, Milano 2012

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