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La dissolvenza del limite. Viaggio nel Delta del Po, di Danilo Trombin


Scorcio dell'Abbazia di Pomposa

Ma ti, vecio parlar, resisti. E si anca i òmi

te desmentegarà senzha inacòrderse,

ghén sarà osèi –

do tre osèi sói magari

dai sbari e dal mazhelo zoladi via –:

doman su l’ultima rama là in cao

in cao de zhiése e pra,

osèi che te à inparà da tant

te parlarà inte’l sol, inte l’onbría[1].

Come racconta Danilo Trombin fin dalle prime pagine del libro, questa è soprattutto la restituzione di un’esperienza lunga una vita, una sorta di romanzo autobiografico di formazione che dà conto dello stretto rapporto tra l’autore/narratore e il Delta del Po, luogo che è insieme territorio mobile e paesaggio, esito di un’opera secolare


di intervento umano, e rigoglio autocratico e orgoglioso della natura. In questa autobiografia fluviale siamo messi subito di fronte alla contraddizione massima di un fiume che, divino al massimo grado, tutto dà e tutto toglie, instabile nei suoi confini che sono, per definizione, illusori, indicando come in certi luoghi al visitatore serva avere ben salde, e necessariamente, le coordinate dentro di sé per potersi orientare in un fuori pronto a mostrarsi sempre mutato.


La mobilità dei confini, la quasi impossibile demarcazione, viene dal fatto che il delta, dal punto di vista geologico (che non è quindi lo stesso che andrà detto dal punto di vista idrografico), nasce dal complice lavoro di un fiume (in questo caso il Po) e di un mare (in questo caso l’Adriatico), che si mangiano a vicenda e come vicini di casa avidi e gelosi tentano di rubarsi un pezzo di proprietà, giorno dopo giorno.


Una spiaggia, le foci, le lagune, e tutti quegli ambienti che l’uomo non è ancora riuscito a imbalsamare, pulsano, crescono, si contraggono, modificano la propria morfologia un giorno dopo l’altro, rendendosi irriconoscibili anche a chi li frequenta assiduamente. Sono il respiro del Delta, cellule che nascono, vivono, si riproducono, invecchiano e infine muoiono e si trasformano in un divenire continuo e senza sosta.

In questa mobilità mai domata si insedia l’uomo che ne ripercorre e ne esaspera la dinamica sia, fattivamente, deviando, costruendo, tagliando e dunque modificando secolo dopo secolo la morfologia del territorio; sia, commercialmente, usando la foce per quello che è, ovvero punto nodale di comunicazione tra Nord e Sud d’Europa. Adria e Spina diventano nel tempo due grandi empori di scambio tra le genti.


Un ambiente simile è estremamente importante dal punto di vista della presenza di flora, vegetazione e fauna: l’autore ci guida lungo le varie zone di questo immenso territorio mostrandoci di volta in volta esempi di piante, fiori, alberi, e animali che rendono unica questa esperienza di lettura. Sono soprattutto gli uccelli, sia svernanti che nidificanti, a stupire per quantità e qualità, ma non mancano altre rarità, come il cervo della Mesola, che rappresenta l’unica popolazione autoctona dell’Italia peninsulare. Sfuggito alla mattanza dei cacciatori ed esentato dal rinsanguamento (che prevede l’introduzione di altre specie), questo cervo rappresenta «una specie di fossile vivente, il cui DNA assomiglia più a quello dei cervi sardi o iberici che a quello del resto dei cervi del territorio nazionale».


Danilo Trombin chiude la sua carrellata introduttiva approfondendo l’impatto antropico nel territorio del Delta, parlando dell’esiziale fase di estrazione del metano durante la prima metà del Novecento, coinvolgendo l’esperienza della caccia, bracconieri inclusi, e soprattutto descrivendo la lunga attività di bonifica, iniziata in tempi veramente remoti e continuata, a fasi alterne, fino al Novecento. Un ‘attività che si inserisce nella inesausta relazione conflittuale che l’uomo ha da sempre intrattenuto con la Natura, come se dovesse scontare un inconscio e duplice bisogno: farne parte e sfuggire al suo magistero.


Ed è alla Natura – seppur sempre più antropizzata, certo – che l’autore ritorna nella seconda parte, che è quella che più assomiglia a una guida per chi voglia assumere i panni di un viaggiatore lento, capace di sacrificare la smania turistica alla lentezza di un flâneur in bilico tra invadenza fluviale e rigurgiti marini.


Le vie d’acqua, La costa del Delta e Il Delta fossile sono le tre sezioni di questa parte in cui si approfondisce ancora di più la componente autobiografica perché un territorio amato è sempre ripercorso e ogni sguardo contiene tutti gli sguardi già dati, ogni passaggio aggiunge nuovi odori e suoni a quelli già percepiti. Infine, ogni discesa e ogni perlustrazione sono una sorta di esercizio mnemonico, che fa ripercorrere l’enorme vocabolario necessario per dire il mondo.


Lungo i sentieri i profumi sono inebrianti, in primavera. C’è il caprifoglio etrusco, con i suoi fiori a trombetta, che punteggia di colore lo strato arbustivo del bosco, e il ligustro europeo che attira miriadi di insetti. C’è il pallon di maggio e la lantana, che si associano al biancospino e allo spincervino e corredano i saliscendi lungo le dune di colori e di profumi. Lungo i sentieri ci sono radure che ospitano prati di una rara armonia. Muschi tappezzanti e glauchi licheni a candelabro punteggiano il suolo, unendosi alle scabiose, alle costoline e alle vecce in un tripudio di forme di vita coloratissime.

Da Adria a Pila, dal faro di Punta Maestra – una delle poche fughe verticali permesse e contemplate in tutto il Delta – a Scano Boa, dalle dune di Porto Fossone alla sfrontata autodeterminazione del Giardino Botanico Litoraneo di Porto Caleri, dall’evocativa solitudine di Bacucco alla polifonica densità del bosco della Mesola, da Torre Abate alla poderosa unicità dell’abbazia di Pomposa, molte sono le indicazioni e preziosissime, per futuri itinerari, nella consapevolezza che in nessun luogo, come in questo territorio, i punti fissi appartengono a geografie immaginarie.


Quella di Danilo Trombin, oltre a brillare come racconto personale di innumerevoli escursioni lungo il Delta del Po, è una accorata cantata delle mille nature di un luogo che fa della biodiversità la sua ragion d’essere, tinteggiata dalle molte luci che si alternano nei giorni e che danno modo al visitatore/spettatore che rischi e segua il proprio desiderio, di perdersi e ritrovarsi, senza soluzione, perché al fondo di ogni viaggio rimane inevasa la domanda su chi siamo.



[1] Andrea Zanzotto, Vecio parlar, 39-47, in Id., Filò, Einaudi, Torino 2012

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