Recensione a Primamà, di Laura Pariani
- epicentriblog
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min

…quando succede il gradevole, bisogna aspettarsi
che ci piombi addosso l’insoffribile.
Arezzo, pomeriggio, interno.
La Basilica di San Francesco è una chiesa denudata. Finita sul progetto di fra’ Giovanni da Pistoia, rimase con la facciata quasi completamente grezza per mancanza di soldi. Nel Seicento, oltre ad esserle affiancato il campanile, fu rivestita di decori e strutture barocche che resistettero fino a un restauro ottocentesco, che ben provvide a rimuoverle.
Entro, per fare spazio e tempo tra me e il sole che batte impunito sulla piazza. La navata è unica, ma l’interno è ricco di cappelle e affreschi: composizione tra il 1300 e il 1500. Il centro artistico è la cappella Bacci, la più grande, la più bella, quella dove Piero della Francesca ha ripreso e completato un lavoro iniziato da Bicci di Lorenzo. È il ciclo di affreschi che forma Le storie della vera croce, narrate per chiarire da dove venisse il legno che servì a costruire la croce su cui fu crocifisso Gesù.

Alzo gli occhi, dentro una grande lunetta sulla parete di destra, c’è un’immagine che mostra gli eventi in successione da destra (dove vediamo Adamo morente, assistito da Eva e altri familiari, e Seth che, dopo aver chiesto invano all’arcangelo Michele l’olio della misericordia per guarire il padre, ne riceve invece un germoglio dell’Albero della Conoscenza); a sinistra (dove ci sono due giovani, uno dei quali guarda l’affresco sulla parete adiacente, dove è rappresentato il profeta, quasi a creare il collegamento tra i due eventi). Al centro della lunetta è dipinta una scena ambigua: una donna che alza le braccia al cielo, sconvolta dalla disperazione per la avvenuta morte di Adamo; e Seth che pianta nella bocca del padre il germoglio dell’albero della conoscenza. Da quell’albero verrà il legno per la croce di Gesù. L’elaborazione del lutto, che arriva attraverso il grido lancinante della donna, sta nella previsione di salvezza che viene dal gesto quasi oltraggioso di un figlio sul cadavere del padre.
Così, il primo lutto dell’umanità si è fatto, per mano del genio di Sansepolcro e sulla base della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, capolavoro immortale.
*
Ed Eva? Che ne è stato del suo lutto e che ne è stato della sua morte?
È da questo interrogativo che parte Laura Pariani ed è la risposta a questo interrogativo che prende forma narrativa altissima in Primamà, uscito per La nave di Teseo a settembre 2025. Il rapporto della narrativa occidentale con il mito – o la leggenda – è sempre presente, e il legaccio a volte è stretto, altre più lento. Ma non è così frequente che l’autore contemporaneo vada verso il mito con l’intenzione non già di riscriverlo, ma di guardare dentro alle sue crepe, per fare luce, per colmare qualche lacuna, per portarne in superficie le omissioni; e per, da tutto questo, generare nuovi racconti.
Laura Pariani lo fa e l’intuizione narrativa per seguire questo disegno è riconoscere alla stessa Eva (chiamata anche Primamà) il potere dell’intreccio, l’arte affabulatoria, facendone una Shahrazād a cui non interessa compiacere l’ipertrofia egoica di un sedicente sovrano e aver salva la vita, ma condividere un sapere antico che altri non conoscono o non ricordano.
…ma soprattutto molti vorrebbero restare vicini a Eva, perché smaniano che lei si metta a raccontare una delle storie-belòrie che nessun altro al villaggio conosce. Ché, saranno le paròll induinaa, sarà l’esperienza di contare ogni sera, oppure incantamento, ma quando Primamà apre la bocca, tutti tacciono fascinati, sentendosi risvegliare nel cuore un fondo di insospettate memorie. O forse è sempre così: se ascoltiamo la storia della colomba che nella bufera la ritrova il so nido, dopo un po’ anche noi voliamo coperti di piùmule; se ci contano gli inganni della vùlpa per qualche tempo andiamo a quattro sciampìtt e come vùlpa ragioniamo. E chi la voeur püssé ciàra, l’andâga a la funtànna…
Un passo sufficiente a farci capire almeno tre aspetti: due che rappresentano altrettanti temi portanti del romanzo e l’altro che mostra uno dei modi di stile che Laura Pariani utilizza per far passare quei temi:
1) Le storie affascinano e ciò che accade, con misteriosa ubiqua efficacia, è che chi ascolta (o, si dirà più avanti nei secoli, legge) viene rapito dentro alla storia grazie al processo di immedesimazione;
2) Il lavoro proprio dei miti è che grazie a questa capacità fascinatoria si trasferisce un sapere, da cui deriva che chi gestisce il racconto, detiene il potere;
3) Linguisticamente il romanzo procede per continue infiltrazioni di dialettismi nel codice principale e colto, a cui si aggiungono costruzioni sintattiche dall’andamento proverbiale, espressioni colloquiali, neologismi, parole scritte per come si pronunciano, facendo del testo un esercizio stilistico di caleidoscopica bellezza.

Nel Paese Senza-nome, sospeso in un tempo che non scorre, Primamà vive da quasi mille anni. Dalla cacciata dal paradiso terrestre – quella Terra Senzapaura ormai perduta – si è stabilita tra le capanne del prà rondo, una distesa paludosa e ostile dove generazioni dei suoi figli sono nate, hanno camminato, amato, sofferto, per poi disperdersi verso orizzonti ignoti o tornare a quella stessa terra avara, sepolti sotto di essa.
Eva-Primamà è la custode di una diversa tradizione e cerca, attraverso un modo di raccontare non apodittico ma polisemico, di stimolare negli ascoltatori un atteggiamento che privilegi l’ascolto attivo e l’immaginazione creativa, le coordinate cartesiane della libertà dai vari regimi: linguistico, storiografico, mitografico, biografico, genealogico.
Gli elementi parodiati o sottoposti a ironia sono tanti. Uno particolarmente efficace, che guarda al mondo alto della cultura, chiama in causa quella famosa invidia del pene (Penisneid) che Sigmund Freud teorizzò a partire dal 1908:
Per molto tempo ancora non conobbero la propria diversità. Fu lei la prima a avvertire un chilosà che la distingueva da Adàm. Qualcosa che le poteva dare l’accesso a un qualche ordine di conoscenza a cui lui non poteva aspirare. Ché tutto a ben pensarci ha un’essenza nascosta: gli alberi, la resina; i fiori, il profumo; lei medesima, il sangue… Eccosì alzava sul suo compagno di giochi uno sguardo sorpreso, perché all’improvviso Adàm le sembrava davvero mancante di qualcosa di importante.
Un altro adocchia i casi della vita coniugale, come a dire che essa va alla deriva allo stesso modo da sempre; ed è forse questo un effetto ulteriore della cacciata dall’Eden:
Della perdita della frutta copiosa del tempo-di-prima lei soffriva, ora trovava solo bacche acide e radici brugnolose; Adàm invece rimpiangeva soprattutto il prato argentato in cui dormire alla bell’aria: brontolava di continuo come se fosse di Eva la colpa di essersi allontanati dal lago su cui erano cresciuti: mugugni senza un vero parlar chiaro, dimodocché anche lei aveva imparato a tacere. Eccosì alla fine nessuno dei due sapeva più ciò che l’altro pensava.
Ma non sono che esempi. Parodia e ironia non sono certo in gioco quando lo sguardo si sposta su altri eventi, che riguardano le donne della cabána, come la violenza subita da Silla ad opera di tre mezzòmm, che prima la ubriacano e poi la stuprano, rimanendo peraltro impuniti per la loro «fregola di carnalità» agli occhi della Ragunànza degli Òmm, cha dopo la morte di Adamo hanno preso esclusivo potere, bandendo le donne da qualsiasi decisione.
Eppure, Primamà non è una rivisitazione femminista della Genesi, o una negazione del racconto tradizionale. È un lungo insegnamento sul potere del racconto; sulla esiziale necessità di trovare un “colpevole” delle cose del mondo, che divenga poi e facilmente capro espiatorio; sulla difficoltà a discernere ciò che è vero da ciò che è falso.
L’altra digrigna i denti: “Allora si può sapere dove è avvenuto questo fatto?” “Non è avvenuto,” ribatte Eva in tono risoluto.“Allora voi kontate busìe!” scandisce la niùda con marcata ripugnanza. […] “Non sono mentìra. Sono visioni, storie.” Zina sbatte le palpebre, una specie di fischio le esce dalla bocca corrugata: “Se non sono avvenute, sono busìe.” […] Insomma è difficile dire cosa sia la verità, niente è fisso, tutto muta senza alcun preavviso, le cose conosciute spesso appaiono remote e incomprensibili nonostante la loro prossimità. E davanti all’evidenza di questi eventi inspiegabili, Eva è giunta alla convinzione che non si possa dire la verità delle cose.
All’interno di questi confini sfilacciati, sembra dire Eva-Primamà, in cui le parole alludono e muovono, non determinano inesorabilmente, l’Onnipòssio-di-lassù sarebbe ben poca cosa se il suo intento fosse guardare alle azioni degli uomini per trovare qualcuno che, colpevole, potesse venire colpito e punito; se fosse placabile con sacrifici; se non guardasse con benevolenza chi compie il bene, soprattutto quando il bene è il gesto più rivoluzionario: perdonare e accogliere l’assassina di uno dei propri figli.
Ma ancora, tutto questo sarebbe nulla se non ci fossero le memorie – il carburante delle storie-belòrie. E memoria vuol dire «imparare oggi e domani da ieri», e memoria è «fatta da tante primeròbe», di modo che niente nella memoria va perduto, e nemmeno la morte ha il potere di disperderne il contenuto.
Su questa falsariga, mescolando l’impossibilità di attingere il vero con la potenza ripresentante delle storie, e liberando una lingua estremamente varia e vivace che si sa fare canto, Laura pariani ci consegna la storia più antica del mondo, quella che riafferma a gran voce l’esatta configurazione dell’attimo primigenio: all’inizio era la parola e «poche cose al mondo hanno tanta potenza quanto la parola».




Commenti