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Libri Letti - Febbraio




Di 28 ce n'è uno... Le letture di Febbraio e le mie piccole note.

La felicità non è un lusso, di Guido Morselli. Di Morselli ho letto alcuni romanzi. Dissipatio H. G., uscito postumo nel 1977, è una lettura che mi sento di consigliare a tutti, anche a chi poco frequenta la fantascienza (ma è poi fantascienza?) e la distopia (idem). In questo volume sono raccolti invece interventi saggistici, usciti per riviste e giornali tra il 1937 e il 1971. I temi trattati sono molteplici e alcuni risentono sia del tempo in cui sono stati scritti, sia di quello che è passato fino a oggi. Ma altri, che toccano argomenti più ampi, direi filosofici o esistenziali, godono, oltre che della lucidità presente in ogni pagina di Morselli, ancora della freschezza necessaria a gustare le argomentazioni dello scrittore bolognese (uno dei grandi meno frequentati della nostra letteratura): dall’articolo che dà il titolo alla raccolta, alle riflessioni sul suicidio, dall’ipotesi sul destino del romanzo, alla natura del sogno (e dell’inconscio), il tempo dedicato a queste pagine ripaga in piacere e stupore.


«Arte», di Yasmina Reza. Il tema dell’arte contemporanea è oggetto non solo di riflessione estetica, ma anche, e spesso, di parodia o satira, che sottolineano come a volte sia difficile comprendere dove giaccia l’artisticità dell’oggetto artistico contemporaneo. Non si spiegherebbero altrimenti testi come “Lo potevo fare anch'io: Perché l'arte contemporanea è davvero arte”, di Francesco Bonami; o “Why Your Five Year Old Could Not Have Done That: Modern Art Explained”, di Susie Hodge. Yasmina Reza ci costruisce un testo teatrale lucidissimo, che ruota attorno a tre amici e a un quadro d’autore che uno dei tre ha acquistato per una grossa cifra (giusta per lui, esorbitante per uno degli altri due. Il terzo ha opinioni oscillanti). Ma in gioco non c’è solo, o forse non c’è quasi mai, la discussione estetica; c’è l’amicizia, la capacità di ascolto reciproco, il bisogno di affermarsi anche per contrasto, il gusto del contraddittorio. C’è una forma di ipocrisia borghese latente e il senso di appartenenza a una classe che alla fine indirizza le cose. Come mi ha detto la scrittrice Elena Rui, quest’opera ha avuto un successo clamoroso (Reza è la prima non americana a vincere il Tony Award), ma un effetto inaspettato e sgradito per l’autrice, incapace di capire simile reazione e restia a farsi identificare con questa opera soltanto. E questo rimane davvero, al fondo, come insolubile questione: ciò che separa l’intenzione dello scrittore dalla proteiforme ricezione dei lettori.


Il mago di Oz, di Lyman Frank Baum. Qua devo andare indietro con la memoria fino alle elementari, quando ho visto con i compagni di classe il film interpretato da Judy Garland e quando, soprattutto, abbiamo recitato il Mago di Oz come evento di fine anno. È da giorni che ci penso e non riesco a ricordarmi quale parte interpretassi io. Niente di memorabile, evidentemente. Non avevo però mai letto il romanzo, anche se l’immagine di Dorothy presa dal vento e portata in un luogo tanto lontano quanto incredibile l’ho sempre avuta chiara in mente; così come bellissimo e terribile mi è sempre sembrato l’aver tolto di mezzo fin da subito un personaggio, la malvagia strega dell’Est, schiacciata dalla casa di Dorothy. Oz, a metà tra l’incantatore e il ciarlatano, è una figura modernissima.


Fiesta. Il sole sorge ancora, di Ernest Hemingway. È il primo romanzo di Hemingway, ambientato tra Parigi e Pamplona, dove il protagonista si reca con un amico – e altri che poi li raggiungono – alla festa di San Firmino. È in gran parte frutto dell’esperienza diretta di Hemingway, che tra il 1923 e il 1931 visitò la città sette volte, che amava le corride, che era reduce della Prima Guerra, come il protagonista, e che amava bere, come tutti i personaggi di questa storia. Il centro narrativo, simbolico e cromatico del romanzo è il sangue. Quello dei tori, infilzati e uccisi nella corrida; quello di Jake, che non scorre più, per la ferita di guerra che lo ha reso impotente, e non può più dare concretezza al sentimento di Jake per Lady Brett Ashley; quello che sale alla testa dei vari personaggi, sempre pronti al diverbio, alle grida, alla rissa; quello della stessa Brett, esuberante potenza sensuale e fatale. È, nel complesso, una festa orgiastica e dissolutrice quella in cui il gruppo si ritrova e si disperde. Nell’ideazione e stesura di questo romanzo, il debito letterario più grande, riconosciuto dall’autore, è Padri e figli, di Turgenev.


I viaggi di Gulliver, di Jonathan Swift. Confesso di non aver mai amato i romanzi d’avventura. Peccato veniale, forse, ma non mi appartiene, dell’avventuriero, né il desiderio né l’immaginario. E peggio ancora va con il sottoinsieme delle storie di mare. Neglette a dir poco. Già ne I Malavoglia, per me, di mare ce n’è a sufficienza. Ma com’è, come non è, sapevo che in queste storie di Swift c’era una parte in cui si affrontava il tema del linguaggio e che mi sarebbe potuta servire per altro e quindi l’ho letto. La parte che mi è piaciuta di più è proprio quella che cercavo, cioè la Quarta, cioè quella del paese governato dai cavalli, gli Houyhnhnms. Le riflessioni sulla menzogna e sulla “cosa che non è” sono imperdibili. Ma più in generale, ed è il motivo della sua classicità, è nella satira sociale e politica e nella diffusa ironia che si gusta questo romanzo, in cui la rappresentazione del molto piccolo e del molto grande, dell’altro da sé e del sé rovesciato, gettano una luce micidiale e netta su quello che siamo.


Madame Bovary, di Gustave Flaubert. Parlando con lo scrittore Paolo Zardi di questo romanzo ci siamo trovati d’accordo su un’immagine: quella del vortice. È una sensazione disturbante, formidabile e bellissima. Deve avere a che fare col sublime. L’avevo letto al liceo, ma per prendere a prestito un concetto espresso via chat dalla scrittrice Ginevra Lamberti, chissà se è il romanzo giusto da proporre, visto che al liceo, probabilmente, il cervello non è formato e non riesce a capirne la grandiosità. È la costruzione, soprattutto, a farne un libro assoluto. Poi, certo, la cesellatura e la ricerca verbale e il passo della frase e il bagaglio di immagini e la minuzia – acribia – descrittiva. Tutto tutto, sì. Ma come prepara le cose per poi (sor)prenderti, beh, troppa grazia tutta insieme. E Flaubert, con quella frase tanto famosa (Madame Bovary c’est moi) chiariva benissimo che Emma è ciascuno di noi, uomini-donne che siamo, amanti-disamati e stanchi, vittime di illusioni troppo verosimili per non essere false e purtuttavia bellissime. Ma è Rodolphe il vero alter-ego di Flaubert, perché ci insegna una regola imperitura delle relazioni: chi dell’amore possiede le parole può disporre dell’altro a proprio piacere.


Un gioco da bambini, di James Graham Ballard. Romanzo breve e fulminante di Ballard, costruito attorno a uno psichiatra a cui inizialmenteviene dato l’incarico di indagare su un massacro avvenuto a Pangbourne, in un complesso residenziale iper-moderno, presentato come il luogo migliore in cui vivere. Sono trentadue i morti e, cosa strana, mancano all’appello i tredici ragazzi e bambini lì residenti con le famiglie. Se all’inizio può sembrare un giallo, presto si intuisce la chiave del mistero e, di conseguenza, il fatto che a Ballard non interessa tanto la trama, quanto suggerire proprio che se stessimo attenti a quello che ci succede intorno, potremmo forse evitare che accadano crimini e disgrazie. Il bersaglio polemico dell’autore è una società iper-controllata (siamo nel 1988, attenzione) e resa paradossalmente asettica dall’eccedenza di protezione e affetto. In simili condizioni il pericolo è che le pulsioni di vita cerchino in ogni modo, anche nel proprio contrario, la via per affermarsi.


Senza sangue, di Alessandro Baricco. Romanzo breve di Baricco, diviso in due parti e, a mia sensazione, ciascuna con un registro differente. È un racconto che inizia come un film di Tarantino e finisce come una parabola evangelica. Il centro dell’inquadratura è sempre nelle azioni e nei gesti dei personaggi, la narrazione procede per lacune, assenza, negazioni, in questo adeguandosi alla domanda che sta, forse, al principio della volontà di scrivere “Senza sangue”: cosa succede a chi sopravvive a una guerra? E non c’è solo la sopravvivenza dei combattenti – ai quali spesso capita di provare la colpa di avercela fatta: perché io sì e migliaia no? Pensiero terribile e inalienabile; c’è anche la sopravvivenza delle cosiddette vittime collaterali, inaspettate, che cadono per il solo errore di essere vicino agli altri. Ecco che nell’intersezione tra questi due insiemi inconciliabili – guerrieri e collaterali – accade qualcosa che ha il sapore dell’amore, le fattezze del perdono, l’ombra della dipendenza.


Le otto montagne, di Paolo Cognetti. Lo abbiamo scelto per il gruppo di lettura in biblioteca a Maserada, in un ciclo di incontri dedicati alla letteratura di montagna. E qui, di montagne, ce ne sono. Fisiche, reali, vere, perlustrate e ascese con fatica. Vissute fino a farne un’ossessione, se non una tomba. Guardate da distante, come luogo di un nostos indefinibile. Ma anche simboliche e raccontate, appoggio per una qualche rinnovata analogia entis. È uno di quei romanzi di cui dici è scritto bene per essere letto senza inciampi. Sta nell’intersezione tra “Lessico famigliare”, “Due di due”, e un classico romanzo di formazione. E va bene. Se non fosse che lascia qualcosa, tra il palato e la bocca dello stomaco; come un appetito irrisolto, sebbene il banchetto fosse stato allestito con cura e abbondanza.


Mi ricordo, di Joe Brainard. È un testo originalissimo. Una lunga sequela di frasi che iniziano con “Mi ricordo” e rimandano a oggetti, eventi, sensazioni, luoghi, persone, in una sorta di caleidoscopio della memoria in cui l’assoluta disgregazione dei componenti consente una tessitura d’insieme meravigliosa ed efficacissima. Non si risparmia alcunché Brainard e niente risparmia al lettore. Fa più che invitarci a casa a guardare l’album delle foto, perché nell’accostamento di queste rammemorazioni ciascuno è involontario protagonista delle infinite storie che ognuno racchiude e nasconde, mirabolanti avventure appena accennate e pronte ad essere rimesse in vita. Almeno due gli autori che si sono liberamente ispirati a Brainanrd per regale il proprio carosello: Georges Perec e Matteo B. Bianchi.


Scarpe al chiodo, di Carlo Toniato. Il calcio in Italia è passione, ma non basta. Il calcio è il linguaggio comune di migliaia di ragazzini, ma non basta. Il calcio è l’appuntamento fisso di alcune giornate, in alcune ore (anche se ormai un po’ troppo spezzettato), ma non basta. Il calcio è anche rito e follia, tifo e invenzione, ma non basta. Il calcio è bacino quasi inesauribile di aneddoti, che diventano luoghi comuni o racconti; che nascono e finiscono al bar o che trapuntano le prime pagine dei giornali. O che si fanno, a volte, narrativa. Come in questo libro di Carlo Toniato, che distilla dei molti che conosce alcuni episodi di vita calcistica, a volte lasciati nello sfondo, quasi accennati, altre invece portate in primo piano.


Il grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald. È la terza volta, almeno, che torno a Long Island per passare il mio tempo con Nick Carraway, i coniugi Buchanan e il misterioso e magnifico Jay Gatsby. Ascesa e caduta sono termini abusati, ma come meglio parlare di questo ragazzino figlio di contadini del Nord Dakota che fugge per cambiare quello che sembra un destino ineluttabile, riesce a diventare ricchissimo e poi cade, vittima del tentativo di raggiungere quell’unica cosa – luce di là della baia, illusione d’amore, assolutamente altro – che è per definizione irraggiungibile? Carraway è il nostro cronista, medio nel pensiero e nelle parole, e sul suo narrare si stempera quella grandiosità che altrimenti non sarebbe rappresentabile, capace com’è di tutto possedere e consumare e sacrificare. In questo romanzo Fitzgerald fa innanzitutto i conti con se stesso e con la generazione perduta della cosiddetta età del jazz; ma certo, i decaduti occhi del Dottor T.J. Eckleburg guardano ciascuno di noi ancora e sempre con la stessa sofferenza

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