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L’Adelphiade - Febbraio, il Mese delle dolcezze più fuggitive. Settimana 5

Come raccontavo qui, l'unico vero proposito per il 2020 è di leggere un Adelphi al giorno, finché ne ho il tempo, finché altre incombenze me lo concedono, finché dura l’entusiasmo.


Chiudo la quinta settimana, che traghetta da gennaio a febbraio, congiungendo il mese dei propositi a quello delle dolcezze più fuggitive come scriveva Emily Dickinson. La sfida più grande sarà, per quasi tutto il tempo, destreggiarsi tra una frittella e un crostolo, restando focalizzato sulle righe e magari evitando di ungere le copertine e le pagine, vera lesa maestà.

Quest'anno è bisestile e quindi, per la tradizione, funesto. Chissà che i libri facciano da salvacondotto.


L'hashtag social è #unadelphialgiorno.


Ecco com’è andata la quinta settimana. Commentate, se vi va, e ditemi se avete scoperto qualche libro interessante con queste piccole note di lettura.

GIORNO 29


William Somerset Maugham, Il velo dipinto, Gli Adelphi 386

Chiudendo la quarta settimana con il suo bel racconto In villa, dicevo di Somerset Maugham che è uno di quelli che ti invoglia a cominciare subito qualcos'altro. E così è stato. Romanzo d'ambientazione: la colonia inglese a Hong Kong, negli anni Venti del Novecento. Romanzo di tradimenti, passione, solitudine. Romanzo a tratti retorico, ridondante, eccessivo nel rovello continuo della protagonista che, consapevole della propria mediocrità (ma, ancora: è Maugham, quindi senza che questo sia parte di una scala valoriale assoluta), si trova a affrontare alcune situazioni drammatiche che la costringono di volta in volta a cambiare rotta, a decidere di sé mentre questo sé si sta (ri)plasmando. Un romanzo di formazione, verrebbe da dire, se non fosse che c'è sempre, al fondo della scena, il cinico lume dell'autore a togliere per un attimo dall'ombra e a mostrare al lettore l'irrisolvibile solitudine che ci attanaglia.


GIORNO 30


Gertrude Stein, Picasso, PB 7

Pablo Ruiz y Picasso, (a tutti noto col solo cognome materno), il più grande artista del suo tempo? Non ha dubbi Gertrude Stein, la scrittrice statunitense che passò gran parte della sua vita e della sua carriera di animatrice culturale in Francia, a Parigi, dove conobbe l'irrequieto pittore spagnolo; cominciarono a frequentarsi in modo continuativo e Stein potè quindi assistere al passaggio da quello che viene definito periodo Rosa al Cubismo, inaugurato da quel capolavoro che è Les demoiselles d'Avignon. La sua testimonianza è raccolta in questa breve monografia, scritta in uno stile serrato, quasi colloquiale, illuminato dalla stima e dall'ammirazione per un grandissimo del Novecento.

Se vi capita di passare per New York, la troverete che vi garda da una parete del Metropolitan Museum, in un ritratto che le fece proprio Picasso nel 1906, mentre i semi del cubismo erano in fase di iniziale germinazione.


GIORNO 31


Tanizaki Jun’ichirō, Sulla maestria, PB 659

La fama di Tanizaki (1886-1965), premio Nobel per la letteratura nel 1964, è certo legata ai suoi romanzi e ai suoi racconti, spesso incentrati sulla bellezza e sull'erotismo. Molti registi si sono impegnati a trarne riduzioni (è il caso di dirlo) cinematografiche. Spesso il suo interesse si concentra su quelle che si possono definire perversioni sessuali, come il sadomasochismo.

Questo testo, che è un saggio, testimonia invece d'altro, cioè dell'incontro/scontro che Tanizaki ebbe con l'Occidente e di quali riflessioni questo evento provocò nella sua estetica o, meglio, a livello di coscienza della propria poetica. Lo pubblicò nel 1933, stesso anno in cui diede alle stampe anche Il libro d'ombra (che in originale sarebbe: Elogio dell'ombra. L'editore, Bompiani, non potè usare quel titolo che già era preso da un libro di Borges). Vanno, a mio avviso, letti assieme (sono brevi) perché illuminanti sia sulla idea d'arte di Tanizaki, sia sulle differenze tra Occidente e Oriente, che pure sono destinate a svanire per il prepotente influsso occidentale. Sulla maestria parla prevalentemente di teatro, perché la figura dell'attore serve all'autore per chiarire una volta per tutte l'importanza del lavoro, della preparazione, dell'educazione alla bravura. L'arte è una virtù che, aristotelicamente, si perfeziona esercitandola.

Se per Polgar (di cui parlavo qui) il teatro è un insieme (scene, musica, luci, costumi, testo etc.), per Tanizaki l'attore è tutto. Ogni gesto, ogni posizione, ogni espressione, ogni piega della veste o linea di trucco danno e risolvono il senso della rappresentazione.


GIORNO 32


Alfred Döblin, Traffici con l'aldilà, PB 388

Se associate il nome dell'autore al romanzo urbano Berlin Alexanderplatz, state sicuramente facendo una cosa giusta, ma rischiate di sentirvi straniti di fronte a questo racconto lungo, al quale si può apparentemente avvicinare solo per il fatto che c'è un crimine. Siamo in una cittadina inglese e un birraio viene ritrovato cadevere, con la testa fracassata. La polizia non sa che pesci (o che malto) pigliare e un gruppo di amici, tra cui il detective, appassionati di esoterismo decide di risolvere il mistero grazie a delle sedute spiritiche, avvalendosi del giovane Wiscott, la cui capacità di medium è pari alla fragilità della sua psiche, per la quale soggiorna in una clinica per malati mentali. Wiscott il suo lavoro lo fa, se è per questo, e anche bene. Il problema nasce con ciò che sta, appunto, al di là del confine sottile e ignoto. Intanto, arriva una quantità inaspettata di spiriti, ciascuno con le sue rivendicazioni e le sue storie; e poi il morto birraio, che a un certo momento viene evocato, non sa nemmeno di essere morto e anzi si scoccia pure di dover parlare con questi concittadini che non gli stanno punto simpatici. E così, tra un traffico e l'altro, la storia procede, sotto l'ironia tagliente del narratore, fino al colpo di scena finale, che dà nuovo senso alla manìa dei personaggi.


GIORNO 33


Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni, PB 100

Flaubert muore mentre sta lavorando al suo nuovo romanzo, intitolato Bouvard e Pécuchet, che era tuttavia già finito nella sua prima parte. Questo significa che se andate in libreria e vi comperate Bouvard e Pécuchet, leggerete un romanzo incompiuto. Vale sempre la pena leggere Flaubert, e in questo romanzo a metà troverete due copisti che, incontratisi per caso, decidono di cambiare vita, di buttarso prima nell'agricoltura, miseramente, poi in molti altri campi del sapere dimostrando una indubbia coerenza nella capacità di fallire in pieno. Finiranno per tornare al loro lavoro originario. La seconda parte del romanzo sarebbe stata appunto dedicata a ciò che i due avrebbe copiato. Gli appunti lasciati da Flaubert sono molti, compresi i vari ritagli di giornale accantonati; il Dizionario dei luoghi comuni e il Catalogo delle idee chic vengono proprio da quella massa di materiale, e sono una lucida e smagata ricognizione della stupidità umana, l'unica qualità umana che passa indenne le mille e una rivoluzione della storia umana.


GIORNO 34


Hermann Hesse, Una biblioteca della letteratura universale, PB 90

Si tratta di una raccolta di saggi o scritti d'occasione dedicati da Hesse al tema dei libri, della scrittura, della lettura. Nel saggio che dà il titolo al libro, pur enumerando gli autori delle varie tradizioni letterarie secondo lui indispensabili in una biblioteca privata, si chiude tuttavia con la presa di coscienza (che diventa poi un consiglio al lettore) che se si basasse ognuno su questi decaloghi (comunque parziali, comunque soggetti a modifiche) le biblioteche non sarebbero che spurie copie di un algido e austero modello, mancando ciò che di ogni biblioteca fa quella specifica e imperdibile biblioteca, cioè lo spirito e il gusto della persona che legge e raccoglie e ama i libri. Come dargli torto?

Tra i testi trova posto anche il gustosissimo racconto di un'esperienza dell'autore, chiamato in una piccola cittadina tedesca come ospite di una serata letteraria. A testimonianza che certe cose non cambiano mai.


GIORNO 35


Tim Judah, Guerra al buio, PB 489

Tim Judah è un giornalista e analista politico britannico, che si è occupato a lungo della zona dei Balcani e delle guerre in quelle zone. Dopo la tragedia delle Twin Towers, Tim Judah si sposta in Afghanistan, sul campo dello scontro con i Talebani, e da lì prepara e invia alla New York Review of Books, questi 4 lunghi reportage, che intendono fornire una visione delle cose diversa da quella divulgata dai mezzi di comunicazione principali. Pezzi datati, certo, ma che concedono di fermarsi a riflettere su come il passato venga (ri)disegnato in funzione delle necessità via via più stringenti.

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