• epicentriblog

Dei delitti e delle pene, di Cesare Beccaria

Niente avrei detto, se fosse necessario dir tutto.

Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, cap. XIV

Se mai qualcuno mi chiedesse quale libro leggere sotto l’ombrellone, nell’anno 2019 di quest’era volgare, pur avvisando che non sono la persona adatta a dare consigli di lettura, e solo dopo toniche insistenze, suggerirei

Dei delitti e delle pene

, del Marchese Cesare Beccaria, un libello impresso e fatto circolare in forma anonima a Livorno nel 1764 e presto diffusosi in tutta Europa come uno dei testi fondamentali dell’Illuminismo europeo.

Per l’Italia, la seconda metà del XVIII secolo è un periodo di rinascita in vari ambiti, dagli indici demografici ai fattori economici, dalle innovazioni giuridiche alle tensioni culturali. Sotto quest’ultimo aspetto, le idee dell’Illuminismo francese e inglese si diffondono nella nostra penisola e vengono discusse se non addirittura approfondite, così come vasta eco hanno le teorie scientifiche di Newton.

È quello che capita in Lombardia, allora controllata dagli Asburgo, dove un gruppo di intellettuali istituisce l’Accademia dei Pugni e si impegna nella messa in circolo e nella discussione delle nuove idee attraverso una nuova rivista pubblicata nel biennio tra il 1764 e il 1766 e chiamata Il caffè, in omaggio al luogo specifico in cui il gruppo si ritrovava (un caffè aperto a Milano da Demetrio, un greco di Citera), ma anche, più estesamente, a uno dei simboli della nuova società che andava consolidandosi, nella quale la diffusione delle idee passava anche attraverso il luogo pubblico di discussione e condivisione

[1]

.

Assieme ai caffè, uguale importanza ebbe il ritrovarsi di vari dotti nei cosiddetti salotti letterari, una pratica che crebbe tanto da divenire presto una consuetudine tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del successivo; era spesso una nobildonna a ospitare riunioni molto affollate in cui si accendeva il dibattito sui temi legati alla attualità, alla politica, alla letteratura.

Grazie ai caffè, la cultura usciva dalle Accademie e dalle corti e muoveva, con tutti i limiti del caso, verso la gente. È da notare infatti che l’accesso alla sala da caffè (

qui

un elenco di otto caffè famosi e ancora visitabili) era concesso a chiunque o, almeno, a chiunque potesse pagare una consumazione. In cambio otteneva, oltre al prodotto acquistato, la possibilità di leggere riviste e giornali anche esteri e quella di ascoltare e intervenire in discussioni di vario tenore.

Non è dunque pensabile l’opera di Beccaria senza calarla nel dibattito della neonata Accademia dei Pugni e senza tenere a mente le discussioni che nate nel caffè-luogo si concretizzavano negli articoli de Il caffè-rivista. Dei delitti e delle pene è certo frutto dell’ingegno del Marchese, ma anche opera collettiva, espressione di lunghe discussioni e di rielaborazioni di idee che venivano da fuori, dai vari Locke, Hobbes, Montesquieu, Rousseau, autori che sono presenti in molte pagine e coi quali l’autore dialoga incessantemente.

Non è un’opera teoretica, questa, ma di filosofia pratica guidata dalla presunzione che la vita degli uomini, di tutti gli uomini, abbia come fine la felicità

[2]

e che dunque lo spazio della riflessione debba essere occupato da temi quali il dispotismo, la libertà, le riforme, il diritto e la legislazione, che hanno a che vedere con le azioni umane e i loro esiti. Compito del legislatore è allora anche quello di contribuire al miglioramento delle condizioni di vita del singolo, visto quanto più possibile come uomo in sé e svincolato dai privilegi che derivano dalla nascita, dal ceto, dall’educazione.

Nel suo testo, Beccaria distingue tra tre diversi diritti, discendenti rispettivamente dalla rivelazione, dalla legge naturale, dalle convenzioni umane e dichiara di porre mente nelle sue considerazioni esclusivamente all’ultimo, rispetto al quale Beccaria concentra e mescola i temi ereditati dal giurisdizionalismo, dal razionalismo, dall’illuminismo, dal giansenismo e li cala nel contesto della Lombardia guidata da Maria Teresa d’Austria, nell’ambito di una favorevole monarchia illuminata.

Il motore immobile delle intenzioni dello scritto è dato dalla convinzione che si deve lavorare per l’avvento di un tempo in cui ciascun uomo comprenda appieno che il proprio utile (il proprio bene) deriva dall’utile (il bene) della collettività, e che dunque va mostrato come il male sia frutto di un fraintendimento del proprio interesse, e non di una innata malvagità; nello specifico Beccaria guarda al legislatore come a colui che è capace di estrarre dalla naturale passione di ciascuno (e che può essere causa di danno collettivo) ciò che porta al bene pubblico, alla felicità.

Da questo discende l’importanza delle pene, che non debbono mai essere puro esercizio di forza, gioco di dominio, figura della tirannia, ma azioni volte al miglior risultato generale. La ratio che fonda le pene previste per i criminali non è l’abbrutimento di questi ultimi, la loro umiliazione, e nemmeno la loro sofferenza, quanto l’allontanare da essi l’idea di ripetersi e dal pubblico la volontà di imitarli. Ecco che allora deve essere bandita a forza sia la tortura – che addirittura potrebbe portare all’assoluzione di un colpevole robusto e alla condanna di un innocente gracile; sia la pena di morte, contraria nella sostanza allo stesso patto che ha originato la società; tortura e pena di morte sono inutili, ingiuste, non necessarie nel cammino che porta al fine sopra ricordato

[3]

.

Più ancora dei temi trattati, delle conoscenze riversate in ogni pagina, ciò che colpisce dell’opera è la forte adesione morale dell’autore, il suo indefettibile umanitarismo che non cede di fronte alle convenzioni e non si limita nel proporre idee anche inaudite, pur radicandole in una solida tradizione filosofica e giuridica.

Forse i tempi erano davvero diversi e un libro poteva contare qualcosa entro i confini della prassi. A distanza di poco più di vent’anni, in Toscana, il Granduca Pietro Leopoldo troverà ispirazione dalle parole di Beccaria e riformerà la legislazione penale del suo dominio, abolendo, primo Stato al mondo, la pena di morte e la tortura, che della prima è spesso ancella.

Non c’è, in queste precedenti considerazioni, il vero motivo per cui ne caldeggio la lettura. È solo l’idea che ciascuno possa ritrovare tra queste righe un po’ di umana misura, pur districandosi tra un lessico e una sintassi ai quali non abbiamo più abitudine. O forse, chissà, proprio per questo se è vero come dice

Moretti

che chi parla male, pensa male.

Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo cessi di esser persona e diventi cosa: vedrete allora l'industria del potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge gli dà in suo favore. Questa scoperta è il magico segreto che cangia i cittadini in animali di servigio, che in mano del forte è la catena con cui lega le azioni degl'incauti e dei deboli. Questa è la ragione per cui in alcuni governi, che hanno tutta l'apparenza di libertà, la tirannia sta nascosta o s'introduce non prevista in qualche angolo negletto dal legislatore, in cui insensibilmente prende forza e s'ingrandisce.

Un bellissimo racconto su un caso di condanna a morte è An Occurrence at Owl Creek Bridge di Ambrose Bierce che potete trovare

qui

nella bella traduzione italiana di Valentina Accardi.

[1]

Il caffè si ispirava, così come La frusta letteraria pubblicata negli stessi anni a Venezia, al quotidiano londinese The spectator. La rivista dei Verri e di Beccaria, che usciva ogni dieci giorni, si stampava a Brescia, allora in territorio veneziano, scampando così alle maglie della censura austriaca.

[2]

«Apriamo le istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo piú che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità divisa nel maggior numero», Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, Introduzione.

[3]

Tra i tanti che si opposero alle posizioni di Beccaria, ricordo l’illustre illuminista napoletano Gaetano Filangieri, autore di un’importante Scienza della legislazione (1783).

27 visualizzazioni

Testi © Alberto Trentin all rights reserved

  • White Facebook Icon
  • White Instagram Icon