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La psicanalisi oltre il Novecento, di Giovanni Sias





Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. Cantico dei cantici, IV, 12


In questo agile e al tempo stesso denso pamphlet, lo psicoanalista Giovanni Sias[1] invita il lettore a condividere alcune riflessioni che, muovendo dall’odierno stato di salute della Psicoanalisi, investono più in generale la decadenza della cultura occidentale sempre più frammentata in piccoli e sterili centri di potere, scuole in cui spesso il doveroso riferimento all’auctoritas scema velocemente in quello che Sias definisce efficacemente come superstizioso epigonismo.

Attraverso riferimenti autoriali disparati, che a partire da Agostino collegano letteratura, filosofia e psicoanalisi, Sias individua le sfide che attendono la psicoanalisi del nuovo millennio, prima fra tutte la necessità di superare, nel profondo significato inteso da Hegel col termine aufhebung, il Novecento e i suoi due tempi che l’autore indica nella fondazione della psicoanalisi operata da Freud e nella sua rifondazione frutto del lavoro di costante rilettura intrapreso e mai smesso da Lacan.



Un’azione, quella di Lacan, non meramente intellettuale. In ogni pagina dello scritto di Sias emerge con chiarezza quanto il lavoro che attende chiunque si occupi davvero di psicoanalisi sia innanzitutto etico; non soltanto una perlustrazione e una revisione delle teorie e dei concetti precedenti e diventati canone, ma un aggancio tra questi e quanto emerge dalla pratica analitica che sola può avvertire come e quanto stia cambiando il linguaggio e, assieme ad esso, la struttura sociale, storica, culturale del sistema di riferimento. La parole etica è la parola che dice contro ciò che è stato detto; non nel senso dell’opposizione che frammenta e che appare in modo evidente – dice Sias in vari passaggi – nel nominalismo patologizzante che sempre più configura la cultura contemporanea; quanto piuttosto nel senso suggerito dall’immagine della conversione, del rivolgersi a.


Ecco perché Agostino ed ecco perché sono assenti, in modo che è a prima vista un po’ sorprendente, riferimenti alla cultura greca. È Agostino a lasciare in eredità la potente immagine dell’amore caritatevole (Agape) che mette l’uomo a disposizione dell’altro, in un dialogo profondo e proficuo: Non intratur in veritatem nisi per caritatem, dice Agostino consegnando all’Occidente una nuova forma dialogica, non più soltanto guidata dal Logos, ma frutto dell’azione combinata di Logos e Caritas.

La stessa carica sovversiva che ha avuto per l’Occidente l’apparire dell’amore come dono gratuito è nella psicoanalisi quando, libera dai paludosi impedimenti dell’hortus conclusus della burocrazia terapeutica, riaffida la propria pratica all’avventura sul terreno tragico del desiderio.


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[1] Su temi contigui, Sias si era già espresso recentemente nel volume La follia ritrovata. Senso e realtà dell’esperienza psicanalitica, Roma, Alpes Italia, 2016.

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