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Silenzio, racconto, inganno. Qualche riflessione su parola e mito.


«La verità dirò. Guarda però se me lo concedi».

«Certo – disse –; la verità, concedo, anzi ti prego di dirla».

«Non vedo l’ora! – rispose Alcibiade – In ogni modo fa così.

Se dico nulla che non sia vero, interrompimi, se vuoi, e di’ che è menzogna;

perché, di mia volontà, menzogne non ne dirò[1]».

Platone, Simposio


Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.

Mt 5, 37


L’Ars amatoria è un’opera poetica di Ovidio. Si tratta di un poemetto in tre libri costruito come un manuale di istruzioni amorose, ovvero un insieme di precetti che uomini e donne dovrebbero seguire per risultare vincenti in ambito erotico. Nel primo libro, siamo circa a metà, Ovidio elenca alcuni esempi a testimonianza della maggior focosità della passione femminile e, poco oltre, mette sull’avviso gli uomini circa la capacità che mostrano certe donne quando si tratta di spremere il più possibile dal proprio amante; chiude la stanza dicendo:

[…] Se volessi

L’arti maligne delle male femmine

Narrarti ad una ad una, non potrei

Con dieci bocche e dieci lingue insieme[2].


Significa che tante e tali sono le tecniche che le donne possono usare per ordire le loro trame che l’elenco supera la abilità del poeta di dirlo, la realtà sovrasta una sua qualsiasi rappresentazione. Al di là del contenuto dell’affermazione, ciò che mi interessa è l’immagine usata da Ovidio, che qui si rifà a un passo omerico, anch’esso relativo a una elencazione. Siamo nel secondo libro dell’Iliade, le navi degli Achei giungono alle coste di Troia e il poeta si trova a dover raccontare ciò che uno spettatore vedrebbe, a dare un’idea dell’immensità dell’esercito messo insieme dai vari re e principi.


Ditemi ora, Muse che in Olimpo avete dimora – dee che siete dovunque e tutto sapete, mentre noi nulla sappiamo e ascoltiamo solo la fama –, ditemi dunque chi erano i capi, i duci dei Danai; non parlerò degli uomini, non li chiamerò per nome, neppure se avessi dieci lingue, o dieci bocche, una voce instancabile, un cuore di bronzo nel petto; le Muse d’Olimpo soltanto, figlie di Zeus, signore dell’egida, potrebbero ricordare quanti vennero ad Ilio; io invece nominerò tutti i condottieri e tutte le navi[3].


Anche qui la mostruosità dell’oggetto da narrare supera le facoltà umane del poeta, che si limita (anche se è un limitarsi a suo modo esondante e quasi irripetibile) a indicare i capi e il numero di navi che portano con sé.

Nella seconda metà di questa lunga e corposa rassegna Omero fa riferimento a due duci dei Danai che, ciascuno per un motivo diverso, non possono capeggiare il proprio esercito. Si tratta di Protesilao e di Filottete.


La storia del primo, re di Filace, è ad un tempo tragica e amaramente ironica: il futuro suocero, Acasto, aveva giurato come tutti gli altri principi Achei un patto di alleanza teso a combattere chiunque avesse mancato di rispetto a Elena, sposa di Menelao; ecco che allo scoppio della guerra di Troia anche Acasto avrebbe dovuto muovere con il proprio esercito; siccome non aveva alcuna intenzione di farlo pensò di far sposare la figlia Laodamia a Protesilao, unione che aveva fin dall’inizio osteggiato, facendo sì che costui partisse al suo posto. Così fu. A Protesilao capitò di viaggiare nella stessa nave di Achille e la cosa non gli arrise. Un oracolo aveva predetto che il primo acheo a toccare terra sarebbe stato ucciso; Achille, visto che nessuno si decideva a muoversi, stava per scendere ma Teti, la madre, bloccò il figlio e spinse a terra Protesilao che venne ucciso da uno dei Dardani, forse da Ettore stesso.


Poi vengono quelli di Filace, di Piraso tutta fiorita, luogo sacro a Demetra, di Itone, ricca di pecore, di Antrone sulle rive del mare, di Pteleo erbosa. Il valoroso Protesilao li guidava, finché era vivo; ma ormai egli giace sotto la nera terra; a Filace è rimasta la sposa con il volto segnato dai graffi, e una casa incompiuta; lo uccise uno dei Dardani mentre, primo fra tutti gli Achei, balzava giù dalla nave.


Torniamo a Ovidio, che tra il 25 e il 16 a.C. compone una raccolta di lettere immaginarie scritte da famose eroine ai propri innamorati. La raccolta si intitola appunto Heroides. Una di queste vede protagonisti proprio Laodamia e Protesilao e si chiude con una bellissima immagine:


Tuttavia mentre tu, soldato, porterai le armi in un mondo lontano, ho una immagine in cera che mi ricorda la tua fisionomia: a lei rivolgo le mie tenerezze, a lei le parole che sono dovute a te e quella riceve i miei abbracci. Credimi: l’immagine è più che non sembra: aggiungi alla cera la voce: avrai Protesilao. Io la guardo e la tengo sul seno al posto del vero sposo e mi lamento con lei, come se potesse rispondermi[4].


Una storia che ci ricorda da vicino quella riportata da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, dove accredita l’invenzione dell’arte al vasaio Butade Sicionio:


[…] il vasaio Butade Sicionio scoprì per primo l’arte di modellare i ritratti in argilla; ciò avveniva a Corinto ed egli dovette la sua invenzione a sua figlia, innamorata di un giovane. […] Poiché quest’ultimo doveva partire per l’estero, essa tratteggiò con una linea l’ombra del suo volto proiettata sul muro dal lume di una lanterna; su quelle linee il padre impresse l’argilla riproducendone il volto; fattolo seccare con il resto del suo vasellame lo mise a cuocere in forno[5].


L’arte, insomma, ha a che fare con la rappresentazione fin dall’inizio; rappresentare è ripresentare, rendere presente qualcosa che presente non è più (sparito temporaneamente o per sempre).

Il mito poi racconta che, dal canto suo, Protesilao una volta morto convince, con il suo discorso da amante, Ade e Persefone a farlo tornare per un giorno sulla terra, che passa a fare l’amore con Laodamia, abbandonata il giorno stesso delle nozze[6].

La storia ci viene raccontata da Luciano di Samosata, in uno dei suoi bellissimi Dialoghi dei Morti:


«Ma il mio, o Aidoneo, non è desiderio della vita, ma della sposa, che abbandonai fresca di nozze ancora nel talamo per salire sulla nave; poi, sventurato, morii per mano di Ettore nello sbarco. L’amore della sposa dunque, mi tormenta fuor di misura, o signore, e vorrei anche per poco essere visto da lei e poi ridiscendere nuovamente».


E alle riserve di Plutone, che dice che nessuno mai è tornato dal mondo dei morti, Protesilao ribatte sicuro:


«Ti farò ricordare una cosa, o Plutone: ad Orfeo per questa medesima ragione consegnaste Euridice e, per compiacere Eracle, lasciaste andare la mia consanguinea Alcesti[7]».


Così i due signori dell'Ade si convincono e Protesilao, toccato dalla verga di Ermes per tornare bello, può ricongiungersi con Laodamia, anche se per un solo giorno. La parola di Protesilao è quella dell'amante puro, parola che arriva perfino a convincere gli dei e parola che non si limita a se stessa, puro fiato od ornamento retorico o infingimento, ma parola a cui far seguire l'azione, parola creativa.

Passiamo al secondo dei personaggi ricordati da Omero, Filottete. Costui manca l’appuntamento, almeno inizialmente, con la guerra di Troia perché è stato abbandonato dagli Achei nell’isola di Lemno; era accaduto che una serpe lo avesse morso a un piede, provocandogli una ferita dolorosissima, oltre che puzzolente per la suppurazione. Incapaci per il rumore delle sue grida di celebrare i sacrifici, i capi Achei decidono di abbandonarlo nell’isola deserta. Filottete è personaggio interessante perché pietoso. Era stato lui ad accendere la pira sotto a Eracle, tormentato fino allo sfinimento dal manto di Nesso, liberandolo ad un tempo della vita e della sofferenza. Per questo atto Eracle gli aveva donato un arco portentoso, che veniva addirittura da Apollo, col quale egli poteva colpire in modo infallibile. Ed è proprio per questo oggetto quasi magico e per la sua abilità di arciere che viene reintegrato tra i Danai. Dopo nove anni di guerra infruttuosa, infatti, un indovino troiano – Eleno – catturato dai Greci rivela che la guerra non finirà fino a che in battaglia non entreranno Filottete e il suo arco.


Filottete passa da materia di scarto a strumento indispensabile in vista della conquista di Troia. La bellissima tragedia che Sofocle scrive intercetta proprio il momento in cui gli Achei tornano a Lemno per cercare di convincere Filottete a imbarcarsi con loro. Protagonista della spedizione è Odisseo, l’eroe della metis, il grande stratega, il politropo (cioè di ingegno multiforme, astuto), antonomasia del nostos, del ritorno, nonché il grande amante della conoscenza. E se Dante, nella sua commedia, pur condannandolo alla pena perché fraudolento, mette tuttavia in luce con stima e comprensione questo lato di ricerca e passione del conoscere, il suo maestro e guida nell’Eneide lo definisce “inventore di misfatti”, “funesto”, crudele, sventurato e mentitore, puntando reiteratamente il dito sull’uso privo di limiti che Ulisse fa della sua, diciamola così, agilità mentale, addebitandogli il peccato forse peggiore per un Greco, quella hybris, tracotanza, che è sempre oltraggiosa verso gli dei.


L’Ulisse di Virgilio è anche quello di Ovidio, che nel tredicesimo libro delle Metamorfosi, attraverso il discorso di Aiace Telamonio, ci consegna un ritratto sprezzante del figlio di Laerte, «che agisce sempre di nascosto, senza un’arma in mano, e inganna l’incauto nemico con tranelli[8]»; ed è anche quello di Seneca, che nella tragedia Le Troiane fa dire ad Andromaca che è un macchinatore di frode, artefice di delitti.

Nella tragedia di Sofocle, l’unica rappresentata con lo scrittore in vita, la spedizione di Ulisse, Diomede e Neottolemo è apparentemente destinata al fallimento. L’immensa trama costruita da Ulisse durante il viaggio per circuire Filottete viene smascherata, Filottete rifiuta di dare l’arco e di imbarcarsi, e a nulla valgono nemmeno le preghiere e le parole sincere di Neottolemo, a sua volta stizzito dal fare ingannatore di Ulisse. Per risolvere l’impasse dovrà intervenire addirittura Eracle, che ordina a Filottete di far prevalere l’interesse generale al suo particolare.


Ulisse è il prototipo del narratore, che è tanto più bravo quanto più riesce nella sua arte menzognera; e come il narratore è grande finché la menzogna rimane entro i confini del mondo letterario creato (alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, Ulisse incanterà l’uditorio col racconto del suo incontro nell’Ade con Tiresia e con la madre e del drammatico e vano tentativo di abbracciarla), quando essa si trasferisce nel mondo reale il danno della lingua che mente è enorme.

Il disagio del poeta Ovidio e del poeta Omero, con il quale abbiamo aperto, circa l’impossibilità di dire tutto, trova il suo contraltare nella capacità del narratore Ulisse, che sfrutta il suo ingegno multiforme per creare, attraverso le parole, mondi e spazi infiniti, e tanto più grandi quanto più falsi.


Potremmo allora pensare che sia questo il motivo per cui l’altro grande poeta di cui abbiamo detto di sfuggita, Dante, sceglie di punire Ulisse tra i fraudolenti: e cioè perché la sua tracotanza lo ha spinto a quell’orazion picciola che ha portato i suoi uomini a credergli e a morire.


Quado si affronta il potere della parola, non si esce dalle due strade indicate da Platone:


Infatti, caro Critone – egli proseguì –, tu sai bene che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime. Ma tu devi farti coraggio e devi dire che seppellisci il corpo di Socrate[9].

[Fedone, 115e]


E l’anima, o caro, si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i bei discorsi, da cui nell’anima si genera la temperanza; una volta che questa sia nata e si sia radicata, allora è facile ridare la salute alla testa e a tutte le altre parti del corpo[10].

[Carmide, 157a-b]



[1] Trad. di Carlo Diano [2] Trad. di Ettore Barelli [3] Questo passo e il successivo, trad. di Maria Grazia Ciani [4] Trad. di Adriana Della Casa [5] Trad. di A. Corso, R. Mugellesi, G. Rosati [6] Catullo, nel Carmen 68, paragona Lesbia a Laodamia: «Quanto l’altare digiuno fosse avido del sangue debito, Laodamia lo apprese perdendo il marito, costretta a staccarsi dal collo di lui prima che un inverno dopo l’altro potesse, nelle lunghe notti, saziare il loro avido amore e permetterle di sopravvivere ancora, una volta spezzata l’unione. Le Parche sapevano che non sarebbe vissuto lungo tempo lontano, se fosse andato a combattere alle mura di Troia.» [7] Trad. di Paola Dolcetti [8] Trad. di Piero Bernardini Marzolla [9] Trad. di Giovanni Reale [10] Trad. di Maria Teresa Liminta

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