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Suonala ancora, Sam. Questioni di ritmo, musica e memoria.

Questa è la scena che preferisco del film Jersey boys, di Clint Eastwood, uno che da quando ha tolto il sigaro e il cappello e si è messo più dietro alla macchina da presa che davanti, ha sbagliato ben poco.





Mi piace perché rappresenta esattamente quello che amo della musica, cioè il suo essere un linguaggio che permette, a quanti lo padroneggiano, di comprendersi l’un l’altro in un attimo e mettersi assieme a perlustrare nuove direzioni, a costruire inediti edifici di note, a colloquiare per sé e per gli altri. È una esperienza che assume la massima evidenza nelle sessioni d’improvvisazione jazzistiche.


È noto che nella mitologia classica le Muse erano le protettrici delle varie arti. Figlie di Zeus e Mnemosyne (la memoria), e sotto la guida di Apollo, rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte ed erano spesso presenti nei convitti divini per allietare gli ospiti con i canti e le danze.


Meno nota è forse la storia legata alla ninfa Canente, raccontata da Ovidio, bellissima e capace di modulare i più armoniosi canti. Di lei si innamorò Pico, re dei Latini, e quando Canente raggiunse l’età da marito si sposarono. Pico era un giovane molto attraente e incorse nelle attenzioni della maga Circe che lo voleva a tutti i costi, tanto da tendergli un tranello durante una battuta di caccia. Respinta nuovamente, Circe in preda all’ira trasformò Pico in un volatile, che da allora picchia il becco contro i tronchi per cercare di liberarsi dalla sua forma animale e poter tornare della moglie tanto amata. Canente, dal canto suo, dopo aver aspettato invano il ritorno del marito, si lasciò consumare dal dolore in riva al Tevere, cantando e piangendo finché di lei non rimase che la voce.


Se Pico sopravvisse nel mito in veste d’uccello, il suo nome si legò a una importante famiglia nobile che agli inizi del XIV secolo divenne signora di Mirandola, ora comune in provincia di Modena. L’esponente più illustre della famiglia è certamente l’umanista e filosofo Giovani, uomo di straordinaria cultura, di molteplici interessi, conoscitore di numerose lingue e amico e protetto di uomini di notevole levatura politica, letteraria, religiosa del tempo (Lorenzo il Magnifico, Marsilio Ficino, Giacomo Savonarola, Angelo



Poliziano, Ficino e, al centro in verde, Pico della Mirandola


Poliziano, Papa Alessandro VI, etc.). Interessante è la sua attività filosofica e soprattutto la celebre orazione De hominis dignitate, nella quale afferma senza mezzi termini l’indeterminatezza dell’uomo e con ciò la sua libertà a forgiare, grazie a un arbitrio sciolto da qualsiasi vincolo, il proprio destino, secondo un ideale eminentemente umanistico. La dignità umana è, secondo Pico, la più alta, superiore anche a quella degli angeli perché l’uomo è l’unica creatura che può scegliere se muoversi dalla sua posizione mediana verso il basso, e farsi bruto, o verso l’alto, e diventare divino.

Giovanni Pico della Mirandola deve gran parte della sua fama nei secoli alla prodigiosa memoria di cui era dotato e che divenne poi antonomastica. Pare potesse declamare l’intera commedia dantesca al contrario, così come qualsiasi altro testo appena letto. Grazie a Pico e alla sua straordinaria abilità mnemonica siamo tornati a capo, alle muse e alla loro madre Mnemosyne. Pico è un nome adespota, ovvero non esiste alcun santo così chiamato. Esiste invece Santa Cecilia che è per la chiesa cattolica e ortodossa la patrona di musica, strumentisti e cantanti. La sua festa si celebra il 22 novembre, giorno in cui cade anche la giornata mondiale della filosofia.




Non è un caso, se è vero che un contributo fondamentale all’accettazione della musica (sacra) da parte della chiesa si deve al filosofo e padre della chiesa Agostino (di cui ho scritto qui), che alla musica e al canto ha dedicato pagine bellissime delle sue Confessioni nonché un intero trattato (De musica), iniziato a Milano nei giorni successivi al battesimo e terminato a Tagaste nel 389. Agostino scoprì la musica e il ritmo ascoltando la madre Monica cantare lodi nel duomo di Milano, a voler mostrare come la conoscenza e il linguaggio non segua solo vie paterne. Della musica e dei canti sacri, così affascinanti e stordenti, così umani e così divini, Agostino mette in luce la contraddizione di un evento che accade nel tempo e che dal tempo è scandito e che pure, insieme, mostra la verità dell’eterno propria delle parole della rivelazione.

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