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L’Adelphiade - Febbraio, il Mese delle dolcezze più fuggitive. Settimane 6 e 7

Come raccontavo qui, l'unico vero proposito per il 2020 è di leggere un Adelphi al giorno, finché ne 7ho il tempo, finché altre incombenze me lo concedono, finché dura l’entusiasmo.


Post doppio, questa volta. Ci sono state tre presentazioni in queste due settimane (di una ho scritto

qui) e non sono riuscito a pubblicare il resoconto della settimana sei. Poco male. Anche in questi giorni gli Adelphi mi hanno fatto buona e sana compagnia, portandomi in giro per il mondo e facendomi in più d'una occasione alzare il sopracciglio per la meraviglia.


Voi? Vi state adelphidelizzando?


L'hashtag social è #unadelphialgiorno.

Ecco allora come sono andate la sesta e la settima settimana. Commentate, se vi va, e ditemi se avete scoperto qualche libro interessante con queste piccole note di lettura.

GIORNO 36


Charles Simic, Il cacciatore di immagini, PB 524

Charles Simic è un poeta. Non un versificatore, un poetastro, un poetucolo: un poeta vero, originario di Belgrado e finito nella più promettente di tutte le terre, L'America, a sedici anni. Ha into il Pulòitzer, tra le altre cose. Insegna letteratura e scrive anche di musica e filosofia.

Questo non è un libro di poesia, non strettamente almeno. Piuttosto è un omaggio a un altro maestro americano col quale Simic si sente in affinità: Joseph Cornell, poliedrico artista difficilmente incasellabile: scultore, pittore, poeta egli stesso, altro ancora. Il libro è un vagabondaggio newyorkese durante il quale Simic, per frammenti, immagina le scorribande dei Cornell, i suoi sguardi, i visi di chi ha incontrato e le improvvise epifanie che gli permettevano di raccattare gli oggetti che pi avrebbe sapientemente amalgamato nelle sue famose scatole. Se poesia è creazione, questo testo è un di più, una sorta di ri-creazione, svago e memoria assieme.

GIORNO 37


E. M. Cioran, Sillogismi dell'amarezza, PB 309

Cioran è uno spazzacamino per l'anima. Sgombra a colpi secchi e precisi gli intasamenti che si depositano a forza di stare tra le persone. Inevitabilmente. Chiacchiericci e opinioni, saperi incrostati e lisi assieme a fresche boutades inguainate di lamé, tutto cade e crolla nella implacabile successione di aforismi che Cioran scrive dopo aver vissuto il delirio delle parole, l'angustia di chi quasi viene sommerso e soffocato dai vocaboli e dall'ansia di volerne sempre aggiungere, frase dopo frase, discorso dopo discorso. Tra i gusti fondamentali, l'amaro in queste pagine si prende una micidiale rivincita.


GIORNO 38


Georg Büchner, Lenz, PB 236

Racconto breve, famoso e incompleto, dello scrittore e drammaturgo tedesco noto soprattutto per le sue opere teatrali. Viene definito anche La passeggiata dello schizofrenico e ha come protagonista lo scrittore tedesco Jakob Michael Reinhold Lenz (1751-1792), colto nel momento del suo declino psichico che lo avrebbe portato alla morte. Lenz fu uno dei principali esponenti del movimento letterario dello Sturm und Drang.

L'opera viene proposta col testo originale a fianco, a sottolineare e mostrare quale fosse la proprietà linguistica di Georg Büchner che in Lenz vide, probabilmente, una sorta di doppio con cui identificarsi.

Il racconto è stato oggetto di numerose trasposizioni cinematografiche.


GIORNO 39


Georges Simenon, L'ispettore Cadavre, Gli Adelphi 147

Questa volta Maigret è in trasferta, a Saint-Aubin-les-Marais, un piccolo villaggio della Vandea, per indagare su alcune voci, che stanno girando in paese, niente affatto lusinghiere, sul conto di Étienne Naud, cognato del giudice Bréjon che chiede a Maigret, come favore personale, di recarsi in veste non ufficiale al paese per sbrogliare la matassa.

Appartiene a quel sotto-filone, tra i romanzi con protagonista il commissario Maigret, in cui la verità dei fatti e la sua scoperta hanno un'importanza inferiore rispetto all'indagine sulle relazioni umane e, ancor più, rispetto al modo in cui Maigret si trova a reagire alle circostanze. La quantità di introspezione è altissima e addirittura lo spinge a dire di non riconoscersi, di non essere se stesso. Ruota tutto attorno a questo e la generale impressione che tanto l'indagine, quanto lo stile di scrittura, arranchino a fatica tra nebbie e sintassi, è quanto mai pertinente e inemendabile.

GIORNO 40


Pierre Klossowski, Le dame romane, PB 8

Klossowski (1905-2001) è stato un intellettuale francese, lontano dalle fissità accademiche, che ha vissuto lungo tutto il Novecento.

Fu, oltre che scrittore, pittore e traduttore (molto importante). Fu narratore (Le leggi dell'ospitalità, fra tutto); si interessò di filosofia (di De Sade e di Nietzsche in particolare, fornendo sempre una personale e originale lettura interpretativa) e di storia. A quest'ultimo interesse si annette il breve testo Le dame romane, in cui l'autore esplora un periodo della storia romana, attorno al I secolo d.c. e analizza un certo tipo di comportamento delle donne appartenenti all'oligarchia, collegandolo alle rappresentazioni sacre e all'origine matriarcale della cultura arcaica.


GIORNO 41


Sergio Quinzio, La sconfitta di Dio, PB 283


L'assunto del biblista Quinzio è semplice: se dovessimo basarci sui dati di fatto, la storia avrebbe da secoli e secoli sconfessato Dio. La fede nella promessa di resurrezione, assunta come certezza dai primi cristiani, si è rivelata mal riposta. Anche qualora accadesse ora, Dio avrebbe tardato a rispettare i suoi proclami. Questa semplice contabilità non può non pensare a un Dio sconfitto. Il che non impedisce di credere alla sua esistenza, ma impone di ridimensionare se non la sua bontà, certo la sua onnipotenza. La Bibbia è dunque il resoconto di un fallimento continuo di cui Dio, nella sua debolezza, si è reso responsabile e che l'uomo, il fedele, l'attento lettore, deve accettare.


GIORNO 42


Gerschom Scholem, Il nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio, PB 402

Scholem parte dall'annotazione che il linguaggio non si riduce alla sua funzione comunicativa, non è soltanto il la rappresentazione fonica e grafica di oggetti fisici o meno cui le parole rimandano. Oltre a questo aspetto, certo fondamentale e innegabile, ne esiste un altro più remoto che giace al fondo, che lavora dietro le quinte: un che di misterioso e segreto che è l'oggetto del desiderio di ogni teoria mistica del linguaggio.

La cabbala, dice Scholem, appartiene a questo insieme di teorie e il suo fulcro è il nome di dio, inteso - con variazioni disposte nel corso dei secoli a seconda del pensatore - come quel nucleo significante dal quale ogni cosa è stata creata e che sostanzia anche la stessa parola rivelata. Il dio a cui la cabbala si riferisce è il suo nome e il lavoro del mistico è una continua analisi sul testo con lo scopo di rintracciare i fili della divina combinazione che dall'unica lingua sacra ha generato le molteplici lingue profane.


GIORNO 43


Paolo Maurensig, La variante di Lüneburg, Fabula 70

Un romanzo perfetto, costruito attorno a un iniziale e misterioso fatto di sangue e poi condotto magistralmente attraverso l'accostamento di vari nuclei narrativi e temporali. Come in una partita a scacchi - di cui a lungo si parla nel testo - l'autore conduce il lettore in una partita in cui è fondamentale saper misurare le proprie mosse tanto quanto studiare quelle dell'avversario. Sono indimenticabili i personaggi protagonisti di questo dramma novecentesco in cui la tensione non viene mai meno e in cui la questione del destino e dell'ombra che esso getta sulla nostra facoltà di giudizio e di decisione, è posta con forza: il dubbio è che per risolverla si debba valutare attentamente quando e quali pedine sacrificare.


GIORNO 44


Nina Berberova, Il giunco mormorante, PB 249

Un racconto d'amore, apparentemente. Una guerra, la più orribile, sullo sfondo. Una pesante familiarità con la solitudine prima, appena riscaldata dalla speranza di una futura risoluzione, una veloce epifania della miseria poi. Miseria morale, quella ammantata di buoni sentimenti e capace di ridisegnare il mondo secondo le nuove avventure, secondo le imminenti necessità, le mode, le grida, la feroce contabilità degli anni che passano.

Rimane, come ultimissima professione di libertà, la difesa a qualunque costo della nostra zona sicura, quella no man's land in cui ciascuno è ciò che gli altri non possono sapere, vedere, fraintendere.


GIORNO 46


Alan Bennett, La signora nel furgone, PB 491

Un po' diario, un po' racconto autobiografico, un po' disincantata e ironica riflessione su di sé. Alan Bennett consegna, con questo libretto, alla storia della letteratura l'ingombrante e puzzolente personaggio di Miss Shepherd, una barbona di illustre passato che vive in un furgone (nei diciotto anni di "convivenza saranno 4 i furgoni) carico di rifiuti e insudiciato da uno sporco senza remissione, che ad un certo momento finisce a sostare nel giardino di casa Bennett. Poche o pochissime righe a dare conto di alcuni giorni significativi tra i moltissimi in cui questa bizzarra convivenza si è protratta. Senza commiserazione, certo, ma anche senza alcuna conoscenza intima, come a dire che a volte le cose semplicemente accadono e continuano a accadere, senza che ci sia dietro alcuna storia.


GIORNO 46


Hermann Hesse, Il pellegrinaggio in Oriente, PB 1


Romanzo breve famosissimo, e giustamente. Una delle opere meglio confezionate da Hesse in cui l'autore non ha messo solo la sua forza e inventiva narrativa, ma anche il suo desiderio più profondo e vitale, quella inesausta ricerca che lo contraddistinse per una realtà altra, più simbolica che reale, metà posta in nessun tempo e in nessun luogo, eppure ricercata nell'articolarsi di un viaggio senza fine già da sempre iniziato e mai portato a termine. Sospeso e ripreso. Solitario e in compagnia, come nella prima parte del racconto in cui ci viene presentata questa indefinita Lega, misteriosa, una sorta di gruppo segreto che ripete come altri in altre epoche la ricerca di qualcosa che sta a Oriente, dove tutto - compresa la collana Piccola Biblioteca Adelphi, ha avuto inizio.



GIORNO 47


Thomas De Quincey, Gli ultimi giorni di Immanuel Kant, PB 146

In questa bizzarra parziale biografia, De Quincey decide di dedicarsi all'ultimo periodo della vita dell'illustre filosofo, basandosi su varie testimonianze di suoi amici o conoscenti che lo hanno visitato e accompagnato, in particolare quella di A. Ch. Wasiansky che si era guadagnato la fiducia di Kant fino a diventarne l'esecutore testamentario. La scelta di limitare a questo periodo la biografia tiene in totale disparte qualsiasi riferimento alla filosofia di Kant, e si concentra sulle sue rigorose abitudini, sul suo gogliardico piacere nell'invitare sempre persone a pranzo (minimo in tre come le grazie e massimo in nove come le muse) e infine sul suo lento e inesorabile declino fisico, quasi a mostrare come anche la mente più poderosa nulla possa contro il passo del tempo.


GIORNO 48


Karen Blixen, Ehrengard, PB 83

A un passo dalla perfezione. Costruito come racconto nel racconto, diviso a sua volta in tre parti, questa storia incede quasi come le favole, a passo spedito e stando come sospesa in un tempo mitico, seppure non manchino delle indicazioni cronologiche specifiche.

Attorno a un nucleo narrativo legato alla necessità dinastica del regnante, gravitano dei personaggi mirabili, come il seduttore pittore Cozotte, che si proclama regista degli eventi quasi fosse uno dei servi della commedia classica plautina; c'è la bella Ehrengard, vergine guerriera oggetto delle mire del pittore che vuole sedurla senza toccarla e che assume i tratti della Diana che si bagna in acque pure come lei; e poi i cattivi, che come i bravi manzoniani tramano nell'ombra per conto di altri. C'è soprattutto la scrittura della Blixen che tutto tiene e svolge al meglio.

Il libro venne pubblicato postumo.


GIORNO 49


Claude Debussy, Il signor Croche antidilettante, PB 501

Una raccolta di articoli di critica musicale scritti nel corso della sua attività giornalistica dal compositore francese. Il signor Croche che compare nel titolo è un personaggio inventato, sorta di alter ego letterario dell'autore, che tuttavia compare solo nei primi due pezzi, ma che poi rimane come figura di sfondo, come eco di parole e opinioni che continuano a fruttare nei testi successivi. Un libro che permette di capire cosa piacesse a Debussy e quali fossero le sue più profonde idiosincrasie. Con in più, il vantaggio di una scrittura leggera, precisa, a tratti superbamente ironica.

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